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Reading di poesia – Charles Bukowski

I reading di poesia devono essere una delle cose
più dannatamente tristi al mondo,
il conclave dei patiti e delle patite,
settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno
dopo anno,
invecchiare insieme,
recitare per una minuscola combriccola,
che continua a sperare di veder scoperto il suo
talento,
registrare insieme la serata su nastro o su disco,
sudare per strappar l’applauso
quando in sostanza ci si legge soltanto
uno con l’altro,
a New York non trovano un editore
e nemmeno a mille miglia di distanza,
ma le recitano e continuano a recitarle
nei covi di poesia di tutt’America,
mai scoraggiati,
mai prendendo in considerazione la possibilità che
il loro talento
sia infimo, pressochè invisibile,
recitano e continuano a recitare
davanti a madri, sorelle, mariti,
mogli, amici, altri poeti
e davanti al pugno di idioti capitati

da chissà dove.

Mi vergogno per loro,
mi vergogno che debbano sorreggersi a vicenda,
mi vergogno del loro ego sfarfugliante,
della loro mancanza di fegato.

Se sono questi i nostri creativi,
vi prego, vi prego datemi qualcos’altro:

un idraulico sbronzo al bowling,
un novellino che gioca a pallacorda,
un fantino che tiene fino alla fine il cavallo
in corsa,
un barista all’ultima ordinazione,
una cameriera che mi versa il caffè,
un ubriacone che dorme in un portone abbandonato,
un cane che sgranocchia un osso senza polpa,
una scorreggia d’elefante sotto la tenda di un circo,
un incidente d’autostrada alle 6 di sera,
il postino che mi racconta una barzalletta oscena.

Qualunque cosa
qualunque cosa
eccetto
questi.

charles-bukowski



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