I reading di poesia devono essere una delle cose
più dannatamente tristi al mondo,
il conclave dei patiti e delle patite,
settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno
dopo anno,
invecchiare insieme,
recitare per una minuscola combriccola,
che continua a sperare di veder scoperto il suo
talento,
registrare insieme la serata su nastro o su disco,
sudare per strappar l’applauso
quando in sostanza ci si legge soltanto
uno con l’altro,
a New York non trovano un editore
e nemmeno a mille miglia di distanza,
ma le recitano e continuano a recitarle
nei covi di poesia di tutt’America,
mai scoraggiati,
mai prendendo in considerazione la possibilità che
il loro talento
sia infimo, pressochè invisibile,
recitano e continuano a recitare
davanti a madri, sorelle, mariti,
mogli, amici, altri poeti
e davanti al pugno di idioti capitati
lì
da chissà dove.Mi vergogno per loro,
mi vergogno che debbano sorregersi a vicenda,
mi vergogno del loro ego sfarfugliante,
della loro mancanza di fegato.Se sono questi i nostri creativi,
vi prego, vi prego datemi qualcos’altro:un idraulico sbronzo al bowling,
un novellino che gioca a pallacorda,
un fantino che tiene fino alla fine il cavallo
in corsa,
un barista all’ultima ordinazione,
una cameriera che mi versa il caffè,
un ubriacone che dorme in un portone abbandonato,
un cane che sgranocchia un osso senza polpa,
una scorreggia d’elefante sotto la tenda di un circo,
un incidente d’autostrada alle 6 di sera,
il postino che mi racconta una barzalletta oscena.Qualunque cosa
qualunque cosa
eccetto
questi.
È singolarmente presente, in ogni suo scritto, questo bisogno di giudicare ed escludere ciò che è ritenuta da lui essere una mediocrità dello scrivere perché prova dell’assenza di talento. Naturalmente il talento è solo quello che decora la personalità istrionica del Bukowsky…
A me Bukowski piace, ma per la stessa via che percorre il mio piacere quando guarda un film mediocre che si crede un capolavoro.
Bukowsky è stato baciato non dal talento, ma dalla fortuna che si diverte a premiare i mediocri. È stato, per lunghi anni, un impiegato delle Poste, frustrato e alcolizzato per quella frustrazione. Poi si è licenziato e ha iniziato a scrivere, innaffiando un’inclinazione tra le meno vertiginose della sua forte personalità. Ha avuto successo e, per quel successo si è potuto comprare più alcool in modo da morire felice di non essere più vivo. In molti dei suoi scritti si legge il malanimo che l’autore prova per tutti quegli scrittori che, considerati da lui mediocri, magari anche a ragione, non hanno avuto le palle per buttarsi dall’unica finestra che ha la camera della banalità. È un comportamento volgare, conseguenza della stessa volgarità che ha animato Bukowski nel suo credersi un genio compreso.
Trovo che il suo cinismo abbia qualcosa di straordinario.
Preferisco la sua volgarità ‘sudata’ alla ricercatezza educata di un Gore Vidal, che pure ho letto spesso.