Nel cassetto in cui si custodiscono i sogni, che più che un cassetto è un baule, ne cerco uno degno di tale nome, ma non riesco a trovarne uno che sia degno di essere vissuto. Ne scarto uno lo assaggio come fosse un cioccolatino, ha il sapore dei mandarini a natale, quando li sbucci senti gia l’albero, l’odore del pandoro. Il pandoro, quell’effetto burroso in bocca, che mangiato il giorno dopo lo zucchero è una glassa umidiccia, da la stessa sensazione dello spumante a mezzanotte delle urla di amici e parenti nel conto alla rovescia 10… 9… 8… 7… 6… 5… 4… 3… 2… 1… è finito! troppo veloce, sfugge come un bacio.
Ne scarto un’altro, la carta color arancio, il caldo del sole, lo prendo in mano e scotta come la sabbia il primo giorno al mare, ci saltelli su evitando di bruciarti correndo verso il primo asciugamani raggiungibile. Una sensazione di sollievo, guardi il mare da lontano e sai che dovrai scottarti ancora per raggiungerlo. Ti spogli piano, timorosa delle imperfezioni che ci sono sotto al prendisole, un scatto incerto verso le onde che ti scorrono incontro, ti fermi, l’acqua è gelata. Entri piano e la pelle si impaurisce, diventa rigida e ruvida come quella di un gatto arrabbiato. Questo sogno sa di incerto, di pauroso. Chiudo immediatamente la scatola, per quanto bello fa troppa paura, per quanto sperato è troppo lontano. E’ il mare immenso con la sua spiaggia che lo attende da secoli.
Mi guardo intorno, una candela mi aiuterà a trovare quello giusto. Carta azzurra, quasi argento. Apro, la candela si spegne, un freddo gelido ha soffiato su di lei, uccidendo il suo calore, il bianco, la prima neve. Dietro una finestra una bimba urla i primi fiocchi, un’alone d’alito si condensa dietro le lune di vetro che la separano dal freddo, ci disegna un sorriso. Uscire fuori. Dare vita al primo pupazzo di neve, mettergli al collo la sciarpa preferita, il bianco acceca, la neve si sporca per colpa delle macchine che corrono troppo in fretta schizzando fango sul suo cappottino rosa. Stringe a se l’amico di sempre, porta alla bocca il dito, le lacrime scendono. E’ il momento di correre per strada, senza piangere, senza sentire freddo. Si cresce e non mi piace.
Aspetto un attimo, forse l’attesa porterà sogni più certi. Pensare nella notte è ciò che più mi piace, stare li con le ginocchia attaccate al petto aspettando che il tempo, passando in fretta, faccia vento accanto a me. Il tempo, ombra dell’essere, inseguitore senza ritegno, ma senza inganno, incantatore dei passi e della musica, presagio del futuro e rapitore del passato, amico dei ricordi e guaritore.
Avrà preso lui i miei sogni?
Apro la scatola nera. Sconvolta e stravolta in un angolo del baule in cui mi ritrovo. Baule. Balena che ingoia. Dente avvelenato dell’esistenza. I sogni avvelenano l’anima. La conoscenza la ripulisce. La razionalità crea. I sogni distruggono. Scarto con pratica calma la scatola. Sembra vuota, ma in un angolo un frammento di stella di donna, una lacrima del suo se, ecco il sogno. Il sogno è questo, non smettere mai di sognare, di attraversare quel baule, anche a costo di perdere l’anima in piccoli frammenti, di perderla nei tocchi del tempo. Quando lui sarà passato, a noi non servirà e ogni frammento del nostro io sarà di qualcun’altro. Tuo. Suo.
“Glowena”
Un gran bel sognare.
Frammenti sensoriali che si ricompongono nella visione del tempo come fluire collettivo di esistenze.
Bauli, ricordi, trasposizioni, salti.
Non mi viene in mente modo migliore per perdersi.
GRAZIE di aver scritto e benvenuta qui.