
Sopra all’immane vortice cosmico, scandito dallo scorrimento del nastro del tempo, quello che si avvolge e svolge attorno alla centralità silenziosa, immobile opera il Vuoto che non si riempie mai. Non è un luogo dove la durata ha accesso. Non è nemmeno un luogo né può dirsi essere un istante eterno perché l’istante, pur essendo privo di forma e durata, è un istante, mentre quel Vuoto non si può dire che sia, perché è anche oltre l’essere.
E pure oltre l’essere oltre.
Lì dentro, o lì fuori, opera l’intenzione che può tutto tranne che contraddire se stessa.
Io, umile impiegato di terzo livello con mansioni extra-vitali, sono addetto al recupero crediti.
Lo so che è un lavoro disprezzato da tutte le creature dell’universo, sono stato avvertito dei rischi quando mi è stato offerto l’impiego, ma ho accettato di buon grado di lavorare, senza avere altro interesse diverso dall’obbligo di assecondare un bene comune.
Che, poi, il dover morire sia necessario alla vita… non è cosa che mi ha visto implicato nella sua determinazione progettuale.
Il dover recuperare crediti evasi, considerato da una specialissima visuale, significa far morire gli esseri che pulsano di vita.
Una vita, deve essere ben chiaro a tutti, che mai è da considerarsi una proprietà, individuale o collettiva la si voglia intendere.
La vita, come è stata donata, va anche tolta per poter essere rigenerata.
Non è una questione che vede implicata alcuna morale bancaria, di un ordine diverso da quello della convenienza comune.
Qui si fa il nostro dovere, che è sovrapponibile al vantaggio di tutto ciò che ruota.
Per sfuggire all’attenzione di questo ufficio si deve smettere di ruotare; e solo a dirlo mi vien da ridere, perché ogni minuscola vibrazione corrisponde, in effetti, a una impercettibile micro rotazione.
Smettere di ruotare significa fare il percorso inverso che ha portato alla vita… a ritroso fino al punto immobile che apre all’ufficio centrale, dietro alla scrivania del Capo Struttura.
Ma fino a lì ci arrivano in pochi.
Di solito è il mio ufficio che si occupa del pagamento crediti, e del successivo riciclo delle anime che si sono perdute nell’indeterminatezza data dall’aver vissuto, errando in tondo, nella speranza di centrare un orizzonte rincorrendolo sulla superficie.
Obiettivo il quale, invece, sta nel centro della rotazione, che è il suo ufficio interno.
In definitiva io distribuisco morte.
Non decido io come darla, è ovvio, ne regolo soltanto lo svolgimento.
L’ufficio sopra il mio dà la vita, secondo una procedura standardizzata e consolidata da tempo immemorabile:
Si parte dall’infimo zero, attorno al quale si concentra l’intenzione vitale; noi lo chiamiamo “embrione d’oro”, non perché sia di vile metallo, ma per il suo luccichio interno.
Si può dire che quel brillio sia della stessa natura del Mistero che lo ha determinato, per riflessione, senza perdere nulla di Sé.
Fatto il primo e più importante passo la creazione ha inizio, e lo zero si afferma facendo il suo ingresso nella giostra dell’esistenza, iniziando a vibrare in sintonia col vortice universale.
È uno spettacolo indimenticabile, soprattutto per chi, come me, dovrà ricondurlo al punto dal quale ha preso avvio.
Comunque è da quello sfavillio che la vita inizia a pulsare di desiderio, e sarà nella stessa luce che si placherà la sua dolce furia vibratoria.
Mio compito è quello di tenere la furia per mano, riaccompagnandola a casa al compimento del suo ciclo vitale, pronta per essere rivestita con l’abito nuovo che si è guadagnata vivendo.