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Il governo del Presidente [della Repubblica]

La riflessione e la ricerca normalmente dovrebbero rifuggire dall’utilizzo pubblico della storia all’interno della dialettica politica d’attualità, avendo presente quanta distanza sia necessario porre tra le valutazioni soggettive del presente e le indagini oggettive sul passato, se si vuole dotarle di un minimo di credibilità scientifica.

Non di meno una parte non effimera degli intellettuali continua a ritenere utile la ricognizione storica come metodo critico nell’analisi puntuale del presente; mentre tanta parte del giornalismo e della cultura piega semplicemente i fatti storici ad uso della propaganda e della polemica politica da salotto televisivo.

In questo momento il paese è talmente invischiato in una crisi politica ed economica di carattere epocale, di cui non si vedono ancora i confini, da poter concedere spazio persino ad una riflessione di taglio storico che voglia semplicemente separare alcuni singoli fatti dal cumulo di agiografia e dal fiume di propaganda che dominano le discussioni pubbliche della politica ‘alta’ e del giornalismo di massa.

Anche perchè l’urgenza dell’attualità sta letteralmente ridisegnando la memoria pubblica del passato remoto e recente per giustificare – da un lato e dall’altro – quei toni salvifici o catastrofici che sempre più spesso accompagnano le azioni e le interazioni tra alcuni dei protagonisti della nostra vita politica istituzionale.

E’ sicuramente il caso della figura di Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica, in scadenza e poi rinnovato, che si troverà a ‘governare’ le aspirazioni politiche del Parlamento, affidando – in qualche modo che ancora è tutto da verificare – il mandato per la composizione del prossimo Governo del paese.

La situazione interna alle camere parlamentari in seguito al voto del 23 e 24 febbraio scorso pone interrogativi enormi per tutti, dal giornalismo fino ai settori della speculazione finanziaria, ed evidenzia contraddizioni radicali interne al sistema politico del paese.

Come ad esempio la sperequazione economica tra la situazione finanziaria del paese e i costi atavici della politica come sistema di controllo del territorio, temi che in tempi di crisi sociale ed economica non possono non destare dubbi sinceri, al di là di qualsiasi facile populismo.

Tutti guardano a Napolitano come presidente che sarà in grado di garantire la tenuta delle istituzioni politiche, salvando il paese dalle pressioni speculative e dall’altrimenti incombente default economico nonostante l’apparente instabilità politica che sembra contraddistinguere l’attuale Parlamento, in cui non esiste una maggioranza capace di assumere il governo.

Le sue doti di mediazione politica, e la patente universale di ‘democraticità’ che è stata facilmente associata al suo mandato presidenziale, farebbero credere che effettivamente Napolitano sarà in grado di sbrogliare la crisi, pur se in scadenza di mandato.

Chi meglio di lui, politico navigatissimo che come presidente ha già visto la caduta di tre governi, compreso quello di Monti da lui sostanzialmente ‘inventato’ al momento della crisi dell’ultimo governo Berlusconi.

Eppure i motivi per cui è possibile valutare l’efficacia dell’intermediazione di Napolitano non sono esattamente quelli che l’agiografia dei quotidiani farebbe supporre.

Au contraire.

Napolitano è candidato come salvatore della patria non per la sua coerenza democratica di lungo periodo, ma proprio per le sue doti di mediazione tecnico-politica da uomo di partito vecchissima maniera, ben allenato al compromesso e all’accordo ‘inter-pares’ che tanto spesso risolve le crisi apparentemente inconciliabili, in ambito politico.

Uno di quelli che per ‘interesse del Partito’, prima, e per ‘ragion di Stato’, ora, non ha certo mai avuto particolari problemi a rimodulare, smussare e piegare il suo pensiero politico per renderlo adatto ai fini e agli interessi del momento.

Uno che con i ‘poteri forti’ ha sempre avuto a che fare, dallo sbarco di Togliatti a Napoli in poi.

Non è certo un caso se la fortunata carriera politica del migliorista Napolitano lo ha spinto la dove nessun comunista era mai arrivato, la presidenza della Repubblica italiana.

Eppure l’analisi della situazione politica attuale avrebbe senz’altro beneficio da uno sguardo retrospettivo critico capace di fare qualcosa di più dell’ovvia agiografia, come quella che è possibile ritrovare nell’autobiografia che è stata scritta per Napolitano nel 2005, edita per i tipi di Laterza a cavallo tra la nomina a senatore a vita da parte di Ciampi e la successiva elezione a presidente della Repubblica del 2006.

Quel testo racconta la vita politica del personaggio attraverso il percorso di socialdemocratizzazione del partito comunista italiano, attraverso le lenti dell’uomo di partito di lunghissimo corso; il volume è fedele al titolo scelto (vedi G. Napolitano, Dal PCI al socialismo europeo. Un’autobiografia politica, Roma-Bari, Laterza, 2005.).

E se invece si volesse indagare sulle doti di ‘politique politicienne’ del nostro Presidente?

Scoprire che il personaggio è tra i più esperti nella gestione della ‘question di Stato’ non rassicurerebbe ancor di più gli italiani che tanta fiducia vogliono riporre in questa carica istituzionale, in un momento come questo?

Naturalmente il rischio è che gli italiani capiscano ancora meglio che questo genere di rassicurazioni sono esattamente quelle che hanno condotto la cultura politica del paese nella fogna epocale in cui siamo, dando spazio ai populismi antipolitici e impedendo la nascita di qualsiasi reale innovazione nel tessuto reale della vita quotidiana, sul campo della gestione della cosa pubblica come attività indispensabile per l’organizzazione del tessuto sociale e produttivo del territorio.

Quella ‘politica dei partiti’ di impianto novecentesco che permane, caduti muri, ideali e confini geopolitici, soffocando il rinnovo culturale della classe politica, non senza indugiare in quel culto direi gerontofilo che vede determinati protagonisti come inamovibili dallo scenario, senza alcun limite anagrafico o intellettuale.

Si mescolano retaggi secolari, dal culto della personalità al narcisismo di stampo oligarchico, fino alla semplice e umanissima tendenza all’autosopravvivenza, che ovviamente contraddistingue l’uomo politico come qualsiasi altro, senza eccezione.

Naturalmente tutto questo non è appannaggio del solo Napolitano, ma anzi caratteristica tipica dell’uomo politico italiano medio.

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