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Le pietre del Pantheon

Il Pantheon, glorioso edificio pagano, è un gioiello incastonato nel cuore di Roma: la sua bellezza non è stata scalfita dal trascorrere del tempo ed ancora oggi la sua vista ci regala un’intensa emozione che sembra celare un misterioso messaggio…andiamolo a scoprire!
Giungiamo a piazza della Rotonda: intorno a noi si affacciano sullo slargo i tipici palazzetti romani, al centro si trova la fontana in marmo bigio africano, ove zampilla l’acqua tra maschere e delfini e su di essa si erge il piccolo obelisco di Ramsses II; ma il nostro sguardo è catturato dal maestoso e antico Pantheon che domina lo spazio circostante.

Per entrarvi dobbiamo attraversare il pronao, costituito da 16 imponenti colonne monolitiche in granito grigio e rosa,con capitelli corinzi di marmo bianco,alte 13 metri, che scandiscono lo spazio e ”iniziano” ad un percorso interiore da intraprendere: infatti il pronao in quanto struttura munita di tetto ma non di mura, sembra essere mediatore tra l’esterno e l’interno; inoltre da questa struttura rettangolare e spigolosa siamo condotti verso l’interno del Pantheon, costituito invece da una struttura circolare, nota come simbolo di perfezione. Siamo dunque pronti ad intraprendere questo cammino spirituale entrando nel tempio?

In ogni caso, facciamo prima un passo indietro per ammirare la struttura soprastante le colonne del pronao: troviamo la trabeazione con inciso “M. AGRIPPA. L. F. COS. TERTIUM. FECIT” (Marco Agrippa, figlio di Lucio, console per la terza volta, fece ) che ci informa che il tempio fu costruito nel 27 a.C. da Marco Vipsanio Agrippa, genero di Augusto e suo collaboratore e braccio destro nella ristrutturazione della città, che l’imperatore volle trasformare in degna capitale dell’impero. Infatti questo fervore edilizio fu commentato da Svetonio con le seguenti parole:”Tanto Augusto abbellì l’urbe che, a buon diritto, si gloriò di lasciarla marmorea, mentre l’aveva trovata di mattoni”.
L’edificio fu poi ricostruito da Adriano nel 118-125, forse proprio secondo un progetto dello stesso imperatore che fu anche un geniale architetto. Tale esecuzione venne alla luce solo con gli scavi dell’800 e gli studi sui bolli laterizi, confermando i dubbi degli studiosi, che non credevano possibile la costruzione della cupola ai tempi di Augusto Seguirono poi nuovi restauri e un periodo di abbandono di quasi due secoli, finché il tempio fu ceduto dall’imperatore bizantino Foca a papa Bonifacio IV nel 608 così divenne chiesa cristiana con il nome di “S. Maria dei Martiri”…tuttavia tale denominazione non soppiantò quella di “Pantheon” che è tuttora la più diffusa, né quella di “Rotonda” o meglio “Ritonna” e ce lo testimonia anche il famoso detto”Chi va a Roma e non vede la Ritonna asino va e asino ritorna”.

Torniamo a noi: scalando in altezza l’edificio, sopra la trabeazione troviamo il frontone, una struttura architettonica triangolare oggi spoglia, ma decorata in origine da rilievi bronzei. Ma dove sono finiti questi ornamenti metallici? Ed è lecito chiedersi che fine abbiano fatto anche i bronzi dorati che rivestivano la cupola del tempio…ebbene questi furti furono commissionati da diversi papi, per esempio nel 1625 Urbano VIII Barberini pensò bene di utilizzare i bronzi che coprivano le travi del portico per la costruzione di 80 cannoni per Castel S. Angelo e le 4 colonne tortili del baldacchino di S. Pietro…opere mirabili, non c’è che dire, ma era proprio necessario spogliare del suo rivestimento un’opera sublime come il Pantheon? Forse quest’amara constatazione la fecero già all’epoca, visto che ci è stata tramandata la celebre Pasquinata ”Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini”, “Ciò che non fecero i barbari,  fecero i Barberini”!

La nostra scalata in altezza ora è terminata, ci è rimasta solo la cupola che analizzeremo dall’interno. Perciò scendiamo giù e torniamo dinanzi al pronao; la curiosità ci spinge verso i lati di esso dove scopriamo un fossato che gli corre attorno. Di cosa si tratta ce lo racconta una simpatica leggenda romana: si narra che un certo negromante Baialardo aveva pattuito la sua anima con il diavolo, ma quando questi gliela chiese si rifugiò nella chiesa a pregare ed il diavolo inferocito girò tante volte intorno ad essa da scavarne il fossato che ancora oggi si vede!

Dopo aver fantasticato in balia di questa leggenda, torniamo a noi: è giunto il momento tanto atteso e cioè quello di entrare all’interno del tempio…attraversiamo il pronao che con i suoi 16 metri di profondità ci immerge in una ovattata penombra; il momento è reso solenne dal passaggio in una monumentale porta dai battenti in bronzo, splendida ed austera, anche se purtroppo quasi totalmente rifatta all’epoca di Pio IV (1560-1565). E infine entriamo…subito siamo accolti dalle braccia circolari del tempio e l’occhio della maestosa cupola, come una calamita, attrae il nostro sguardo. E’ gigante,ha un diametro di 43.30 metri, la sua ampiezza è pari all’altezza dell’edificio e l’uguaglianza di tali misure ci sottolinea la perfezione delle proporzioni. E’ grandiosa e unica nel suo genere non solo per le ardite dimensioni, ma anche per il fatto che fu realizzata più di 2000 anni fa, quando ancora le tecniche costruttive non si avvalevano del prezioso aiuto del cemento armato! E allora, tutti naso all’insù, ci chiediamo stupefatti come abbiano potuto realizzare quella grandiosa cupola cassettonata, tanto più che al centro di essa è posizionato un grosso foro…pervasi dai dubbi, ci viene in mente la famosa leggenda che narra come i costruttori si resero subito conto della difficoltà ad erigere una cupola dalla circonferenza così ampia, sicché decisero di riempire l’edificio, via via che l’alzavano, con terriccio misto a monete onde appoggiare le strutture della cupola, in fase di montaggio. Poi quando la costruzione fu terminata s’invitarono i cittadini a svuotarla della terra, potendosi tenere come compenso le monete che vi avrebbero trovato. E così il Pantheon fu svuotato in brevissimo tempo!
In realtà gli antichi romani realizzarono la cupola su un’unica centina emisferica con un getto di conglomerato contenente lapillo vulcanico, in modo da alleggerirlo. Infatti i materiali più pesanti vennero usati nella parte inferiore dell’edificio e quelli più leggeri via via che si saliva; inoltre un complesso sistema di archi contribuiva a scaricare i pesi.

Dopo l’iniziale stupore e i dubbi di carattere ingegneristico la nostra attenzione è carpita dai raggi di luce, che entrando dal foro, fendono l’aria e la penetrano tremolando: sono caldi, sono misteriosi, sembrano divini…sembra un miracolo! Oppure alziamo lo sguardo e un altro spettacolo si può prospettare ai nostri occhi: la danza della pioggia che fitta attraversa “l’occhio” della cupola; esso piange gocce melodiose, che bagnano il pavimento.
Adesso ci guardiamo intorno: l’interno dell’edificio è articolato in sette nicchie alternate alle edicole; il tutto ornato da affreschi, sculture, epigrafi, e tombe tra cui quella del pittore Raffaello.
Avevamo parlato di un cammino spirituale da intraprendere, ed ecco ora all’improvviso è tutto chiaro: abbiamo attraversato il portico rettangolare; siamo entrati nel tempio circolare, dove il cerchio è simbolo di perfezione ed eternità e abbiamo trovato lungo il perimetro le tombe, simbolo del passaggio dalla vita alla morte; ed ora alzando lo sguardo scorgiamo al centro del tempio un tunnel, un foro verso la luce…verso l’eternità.

Non era dunque nulla casuale nel progetto di questo edificio: né le proporzioni, né le forme. Non c’è solo bravura tecnica, né solo bellezza artistica, ma si tratta di un vero capolavoro filosofico e religioso. Già religioso, e allora ci andiamo a riesaminare il significato etimologico del termine Pantheon, che deriva dal greco: “PAN” che significa “tutto, ogni” e “θεός” ( theos  ) che significa “dio”, vale a dire che era dedicato a tutte le divinità! I Romani infatti conquistando numerose comunità straniere impararono a convivere con le diversità di ogni genere e concessero la libertà di professare il proprio culto, purché non venisse violato lo ius romano e non venisse sovvertito l’ordine. Mantenere la pax deorum significava perciò praticare una certa tolleranza. Anche in questo dunque i romani furono maestri e a 2000 anni di distanza, quando ancora il messaggio della tolleranza non sembra dimorare nel cuore di tutti gli uomini, non possiamo non fermarci a riflettere.

Adesso sembra tornarci tutto o quasi: il Pantheon non è solo la sublime testimonianza di una grande civiltà, ma anche un messaggio per tutta l’umanità, una mappa da scoprire. Voleva cantare l’eternità attraverso il suo cerchio perfetto e continua a farlo, giacché a distanza di secoli sembra non soffrire il trascorrere del tempo. Voleva essere un messaggio per tutta l’umanità e lo è ancora oggi, poiché sopravvive il suo nome e turisti da tutto il mondo accorrono per visitarlo.

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