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La casina delle civette

Gioiello del liberty nostrano, restaurata da pochi anni, sconosciuta alla maggior parte dei romani, merita una visita  per l’eclettismo esterno, per la singolarità degli interni, e per i simboli esoterici cari al suo proprietario.

Non può non sorprendere il visitatore che passeggia per il parco di villa Torlonia, quella costruzione dai molteplici lati prospettici, dai tetti spioventi realizzati in mosaico d’un cromatismo acceso di giallo-verde e rosso-turchese, dalle coloratissime vetrate in stile liberty che lasciano presagire  gioielli artistici da cogliere all’interno; ricchezza e varietà di trame all’esterno cesellate con il legno, i mattoni, il marmo, poi voli di rondini,grappoli di rose e ancora civette, lumache, pipistrelli, come simbolo di quella ben nota passione alchemica di Giovanni Torlonia, che scelse questa residenza come luogo di ritiro meditativo, tanto da tradurlo in motto e farlo scolpire sulla porta d’ingresso dell’edificio: “SAPIENZA E SOLITUDINE”.

Per capire la rivalutazione architettonica della Casina delle Civette bisogna fare la conoscenza del proprietario Giovanni Torlonia e della voglia di elevarsi di questa casata, ricca economicamente, ma di recente “sangue blu”. Lo ricordiamo come curiosità, i Torlony erano abili commercianti di origine francese, arrivati a Roma nel 1753, e dopo pochi decenni furono in grado di acquisire i primi riconoscimenti nobiliari, forti di una disponibilità di liquidi senza confronti nella città, in un’epoca in cui le antiche casate romane avevano iniziato la loro parabola discendente, divenendo così una delle più potenti famiglie romane, italianizzando il proprio nome in Torlonia.

La costruzione, appartenente fino al 1797 ai Colonna, fu rimaneggiata all’inizio e alla metà dell’ottocento, quando Alessandro, nonno di Giovanni junior, dotato di uno sconfinato patrimonio e di una vasta cultura, scelse la residenza sulla Nomentana, per celebrare le glorie della famiglia entrata da poco nell’albo della nobiltà romana, offrendo appuntamenti mondani aperti anche al pubblico, secondo la tradizione ospitale delle ville romane. Il rilancio del nome della famiglia,  toccò poi al nipote Giovanni junior che ripropose i fasti di villa Torlonia, arricchendola di nuovi edifici ed allestendovi fastosi spettacoli. Nonno e nipote ebbero  una sorte simile, iniziarono con piani grandiosi per poi ridimensionarsi negli anni fino a desiderare una vita solitaria.

La trasformazione architettonica della precedente costruzione fu realizzata per volere di Giovanni tra il 1916 e il ‘19 dall’architetto Vincenzo Fasolo, costituendo il superamento della semplice e severa struttura ottocentesca in favore di una volumetria mutevole in cui poteva trovare libero sfogo la fantasia, frutto di una collaborazione fertile tra l’architetto e il grande Duilio Cambelotti, versatile interprete del gusto modernista,che imperversava come novità nel mondo culturale di allora e che trovò nei finanziamenti per abbellire la Casina la sua concretizzazione. Cambellotti avvicinò il giovane Fasolo  all’art noveau, vedendo nel lavoro artigiano creativo, di suggestione medioevale e ispirato alle forme della natura, il mezzo per superare l’alienazione procurata dal sempre più invadente prodotto industriale. Trionfa su tutto l’amore per la natura, come antitesi alla città distruttrice dell’uomo, e intesa come sede di evasione e riscoperta dei valori umani più profondi, evidentemente in armonia con la personalità cupa e misteriosa del committente. Sicchè si possono vedere civette occhieggianti che formano un capitello, oppure un loro nido notturno in maiolicato sull’ingresso ( la civetta guardiana di casa, quale uccello notturno, in rapporto con la luna, è vista come simbolo della conoscenza razionale, da contrapporsi a quella solare della conoscenza intuitiva ), lumache appoggiate sui parapetti in travertino ( l’animale per la forma a spirale della chiocciola è simbolo di evoluzione della vita e poiché esce dalla terra simbolo di morte e rinascita ) e nella camera da letto del principe un volo di pipistrelli ( in estremo oriente sono simbolo della felicità e della longevità ) e ancora il tema del rapace notturno è presente sui parati, tra gli intagli del letto, nelle suppellettili varie.

Anche gli appellativi delle sale hanno nomi suggestivi: stanza del chiodo, delle civette, dei pipistrelli, delle rondini, della torretta. Particolari sono pure i due salottini sovrapposti, ricavati nella costruzione ottagona: quello delle Ventiquattro Ore e quello dei Satiri.
Nel primo l’autore Giovanni Capranesi realizzò sulla volta un greillage composto di pittura a tempera e stucchi policromi, sembra un affresco come tanti, invece in questa casa tutto ha un significato: vi sono raffiguranti tralci di rose che si allungano, dividendo lo spazio in otto settori, guarniti da eteree fanciulle che danzano tra le comete, simbolo araldico dei Torlonia, come le stesse rose; il tutto culmina in un floreale rosone centrale. A guardar bene alla base di ogni costolone è posizionata non a caso una fenice in stucco, l’uccello( simbolo di rinascita ) sta a significare la gloria della famiglia risuscitata dal principe Giovanni. Volgendo poi lo sguardo a terra si può ammirare un mosaico ottocentesco raffigurante Marte e Venere, messo in loco nel 1910 e probabilmente proveniente dal Casino dei Principi, secondo l’usanza antichissima di strappo e di riutilizzo degli emblemata; guardando nuovamente il soffitto e poi il pavimento ci chiediamo come può essere stato effettuato un simile accostamento tra la volta ed il suolo dalle modalità stilistiche e cronologiche così diverse, in una casa dove l’esecuzione era parte dell’idea creativa! A guardar bene, se il soffitto è un inno in pittura al principe Giovanni, lo stesso dicasi del mosaico, poiché i due personaggi mitologici rappresentano simboli esoterici, Marte: la Forza e Venere: la Bellezza e l’Amore, virtù che probabilmente desiderava possedere il padrone di casa.

Anche il pavimento del Salottino dei Satiri è stato realizzato in mosaico, preferito alle raffinatissime mattonelle in maiolica della hall firmati da Villeroy & Bosch e Richard Ginori, o rispetto i parquets ad intarsi di varia tonalità o le graniglie floreali degli altri ambienti; il mosaico fu probabilmente voluto dal committente e dai suoi architetti in quanto nobile arte dimenticata, che l’antica Roma  aveva diffuso nel mondo allora di sua appartenenza, per poi passare, dalla sfera civile a quella religiosa, nelle absidi delle chiese con tessere colorate e d’oro; era dunque tempo che tornasse nelle dimore di committenti facoltosi per parlare un linguaggio laico.

La casina rappresenta pure un piccolo museo della vetrata d’epoca, tra quelle originali e quelle riprodotte grazie al reperimento dei bozzetti ideativi e dei cartoni esecutivi originali, di artisti divenuti famosi, come Duilio Cambellotti, Umberto Bottazzi, Paolo Paschetto e Vittorio Grassi. L’arte della vetrata è antichissima e l’esecuzione costosa ha trovato, in passato, solamente nelle chiese quella collocazione di alto livello fatturale che gli ha permesso di vivere nei secoli, fino ad approdare nei laboratori romani dei sopra citati artisti, e grazie a loro, sotto l’influsso dello spirito liberty, è entrata a far parte delle private abitazioni, frapponendosi tra i raggi solari e gli interni, regalando soffuse luci che filtrano i colori accesi, di soggetti vegetali o animali o creature fermati in un attimo eterno di grazia del vivere.

La villa divenne poi dimora di Mussolini ed in seguito sede del comando militare anglo-americano. Le devastazioni di allora e i danni dell’incuria sono stati cancellati da un laborioso restauro che ha restituito all’umanità un gioiello liberty, eclettico, abbellito dal sapiente uso di materiali poveri, sublimati dall’arte.

casina delle civette



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