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Il mio VinItaly 2014

Non sarebbe difficile giustificare la sbornia di questa seconda giornata di fiera al Vinitaly 2014, una vera ubriacatura di profumi e di sapori.

I nostri calici si sono bagnati prevalentemente nel Brunello e nel Barolo, che hanno rappresentato l’unica soluzione percorribile non volendo scendere di livello dopo i bianchi della prima giornata, fra Franciacorta e gli aromatici altoatesini, che già amavo con bruciante passione ma che ormai si collocano decisamente al top nella mia personale geografia del gusto in fatto di vino.

Dopo QUEI bianchi, dicevo, solo QUEI rossi, Brunelli e Baroli, potevano mantenere intatto l’incanto della prima giornata di degustazioni.

Missione compiuta non c’è che dire.

Ma il nostro Vinitaly sta stretto in una fredda cronaca fatta di etichette ed annate, che certamente solleticano l’orecchio dell’intenditore ma non descrivono davvero la magia di una fiera come il Vinitaly.

Allora provo con un flash.

chianti

Sbronzarsi sono buoni tutti.

Ma c’è qualcosa di irriducibile al racconto che rende impossibile ‘narrare’ sul serio il Vinitaly, non se lo vivi con la giusta predisposizione etilica. E un ottimo retroterra enoculturale alle spalle, indispensabile per orientarsi nei 10 km di stand e per selezionare un proprio coerente percorso di degustazione, capace di svilupparsi nelle 7-8 ore di fiera senza intoppi e senza contraddizioni per il palato.

Emozioni inenarrabili, appunto, almeno per dei beoni da competizione, ancora capaci di commuoversi per un Barolo o per un Traminer aromatico, o anche di discutere animatamente per un extra-Brut millesimato della Franciacorta.

Ma il nostro Vinitaly sta stretto in una fredda cronaca fatta di etichette ed annate, che certamente solleticano l’orecchio dell’intenditore ma non descrivono davvero la magia.

Allora ben venga l’aneddoto buffo, che forse può dare la cifra di un contesto in cui l’abuso della parola ‘eccellenza’ sarebbe comunque ancora più che giustificato.

E allora riprendo dove avevo iniziato e ribadisco che a sbronzarsi sono buoni tutti.

Ma se la bumba te la versa nel bicchiere una nobildonna, perdonatemi, è tutta un’altra cosa.

Ed eccovi servito il gustoso paradosso.

In quale altro contesto, mi chiedo, la contessa Gabriella Spalletti Trivelli avrebbe ritenuto opportuno versare, ahem, diversi calici del suo prezioso vino toscano a 3 avanzi di galera barbuti e malvestiti, da 24 ore alticci persi.

Ecco, questo. La cortesia e la competenza di questa nobildonna, vera viticoltrice, che ci ha fatto una lezione di viticoltura mentre versava le varie versioni del suo Chianti Rufina, bello tondo, compatto.

chianti rufina



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