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LA VILLA IN URBE
Dalla stupefacente domus aurea di Nerone alla domus più piccola i Romani amarono accogliere nella propria casa uno spicchio di cielo, che regalava sole e pioggia, e un rettangolo di natura per possedere un po’ di verde anche all’interno della città.

Sicuramente gli scavi di Ostia, Pompei ed Ercolano portando alla luce i resti delle antiche abitazioni hanno fatto chiarezza su come si doveva vivere nell’Urbe. La gente povera viveva in condomini affollati di numerosi piani, senza comodo di acqua e servizi igienici (ne abbiamo già parlato nel numero di Marzo 2004), mentre gli artigiani ed i servi vivevano sopra le botteghe o in stanze poste sul retro della casa padronale, costruita di norma su un solo piano, inoltre esistevano anche le case plebee, costruite con materiali poveri, con pareti a scheletro ligneo o a graticciato di canne, abitate da più famiglie in appartamenti affittati, una primitiva esperienza della coabitazione russa!

Invece la casa unifamiliare, la domus,quella che affascina tutti coloro che vivono in condominio ora come allora, simbolo di agio e di potere, era appannaggio dei benestanti e dei ricchi patrizi, per cui a Roma nel periodo di massimo splendore quando gli abitanti erano circa un milione e mezzo, i palazzi popolari erano 46000, contro le villette residenziali (domus) che erano 1790!

Se la domus affacciava su una strada, possibilmente di passaggio, si preferiva impiegare le stanze, che davano sulla via, ad uso bottega, lasciando i locali abitabili sul retro, sfruttando così il doppio vantaggio di guadagnare dall’attività commerciale e di tutelare l’intimità della vita privata familiare.
I Romani ereditarono la tipologia della casa dagli Italici e dagli Etruschi, facendo gravitare le camere intorno all’atrium: una grande sala d’ingresso rettangolare, che aveva un’apertura sul tetto per far passare la luce e l’acqua piovana, che si raccoglieva in un’apposita vasca chiamata impluvium. In fondo all’atrio, di fronte all’ingresso principale c’era il tablinum, una sorta del nostro salotto, luogo di riunione della famiglia e di ricevimento per gli ospiti, in più rispetto all’epoca moderna era il luogo più “sacro” della casa, qui sorgeva il tabernacolo degli dei protettori: i Lari e i Penati, e l’usanza dell’altarino e delle foto dei cari estinti è rimasta nelle nostre case fino agli inizi ‘900.

A seguito dell’influenza  dei Greci la pianta della domus si ampliò per accogliere un giardino con portico colonnato: il peristylium, che andò a sostituire l’antico hortus. L’amore dei Romani per l’acqua ed il verde da possedere anche all’interno della propria abitazione è testimoniato proprio da questi due ambienti citati, che si impreziosirono con marmi e mosaici, absidi con giochi d’acqua e per i più ricchi con terme all’interno della propria abitazione, per non essere costretti ad andare in quelle pubbliche.

Un altro agio che ci si permetteva era quello di scaldare con aria calda una o più stanze, secondo quanto emerso osservando le scanalature sulle pareti o sotto il pavimento scalpellate per permettere il passaggio delle tubature fittili in cui circolava l’aria calda. Amavano talmente la natura da farla entrare anche dentro le stanze, affrescando le pareti con piante, alberi da frutto e voli d’uccelli, come si può vedere nella celebre casa di Livia, sposa dell’imperatore Augusto. E se si possedeva una domus piccola? Ci si accontentava di un minuscolo giardinetto con fontana o alberello al centro! Se si era davvero importanti si destinava una stanza della casa alle riunioni: il tablinum, un ambiente in cui poteva essere presente l’ archivio e la biblioteca, l’equivalente del nostro studio.

Forse la parte più allegra sarà stata il triclinium: la stanza da pranzo, che come dice la parola è composta da tre letti, dove secondo l’usanza greca si mangiava sdraiati; chi era ricco possedeva una stanza da pranzo invernale al riparo dal freddo ed una estiva, che dava sul giardino, per godere della frescura e dell’allegria dei giochi d’acqua che sgorgavano dai ninfei, ingemmati dal mosaico vitreo, multicolore; mentre essendo la cucina nelle mani degli schiavi, non aveva come ambiente alcuna considerazione, a differenza dei tempi attuali in cui design e tecnologia la stanno trasformando nella stanza più accogliente di casa. Infine completavano l’abitazione le piccole stanze da letto (cubicola), che se il proprietario era facoltoso si arricchivano con pavimenti in opus sectile (marmo) o mosaico bianco e nero secondo il gusto romano e successivamente a colori secondo la moda orientale, invece le pareti venivano affrescate, e gli stili (se ne contano ben quattro) cambiavano in base alla moda del momento. Nelle costruzioni più estese c’era perfino l’alloggio per l’atriensis, cioè il portiere che vigilava sull’appartamento.

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Una villa unifamiliare, dunque, chiusa in se stessa, l’aria e la luce venivano dall’atrium e dall’impluvim, rare erano le finestre all’esterno,  poiché le strade erano un intrigo di viuzze sporche, maleodoranti, rumorose e pericolose.

Una visita ad Ostia antica o a Pompei può farci rendere conto di come dovessero essere le case di un tempo a livello architettonico ed artistico, anche se occorre una buona dose d’immaginazione per figurarcele, tuttavia i muri perimetrali che delimitano gli ambienti, anche se si ergono di poco dal terreno, possono farci capire quanto fossero piccoli gli ambienti nella maggior parte degli appartamenti, di quelle domus i cui proprietari erano tanto fortunati perché non vivevano in condominio e stando a livello stradale avevano persino l’acqua in casa, uno spicchio di cielo e un rettangolo di natura.



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