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Riabilitiamo Nerone

La damnatio memoriae che ha colpito l’imperatore Nerone ha cancellato anche la sua meravigliosa domus aurea: l’eliminazione di un personaggio al potere per mano dei contemporanei comporta anche la distruzione delle opere da lui erette, fu così per il faraone donna Hatshepsut ed è stato così ultimamente per le leggendarie abitazioni di Saddaim Hussain in Iraq.
Dicevamo che i Romani denominavano domus la casa di città, ma l’abitazione dell’imperatore Nerone si guadagnò l’appellativo di domus aurea, la casa dorata, per la magnificenza dei materiali adoperati e i risultati dell’innovazione architettonica, che portava i raggi solari, come un fiume d’oro, ad inondare i vani bui. Tutto è andato perso di tanta vastità e ricchezza, eccetto il nucleo centrale, che si trova all’interno del colle Oppio, essendo servito in epoca successiva, interrandolo completamente,  come fondamenta per le soprastanti terme di Traiano.

ARCHITETTURA e SPLENDORE  della DOMUS AUREA
Solo un uomo di cultura, amante del bello poteva realizzare per se stesso un’abitazione tanto singolare, e Nerone lo era. Ancora giovinetto sale al trono nel 54 d.C. adottato dall’imperatore Claudio, zio di sua madre Agrippina, celebre per le doti amatorie e abile nella preparazione dei veleni; inoltre viene preparato a governare dal filosofo Seneca.
Impara subito che per poter tenere “la sedia del potere” deve sottostare al “compromesso”, che per i tempi di allora significava mantenere i privilegi della casta dei senatori se si voleva conservare il comando. Ma a un certo punto imprimerà una svolta, varando una rivoluzionaria riforma monetaria, a favore della piccola borghesia risparmiatrice tesa a limitare il luxus senatorio. Così inizierà a tirarsi appresso le ire dei potenti dell’impero romano e sarà accusato d’aver incendiato Roma per costruire la sua mega-domus.

Per la sua abitazione chiamò come architetti Severo e Celere, dotati di estro e genialità. Costoro  posizionarono le stanze attorno ad un enorme cortile pentagonale, interrompendo la rigida tradizione romana che le voleva intorno ad un rettangolo, movimentando il tutto in una molteplicità di fughe prospettiche. Inserirono l’elemento curvilineo, con la presenza di pareti concave e convesse, che tanta fortuna avranno in epoche successive. Ma l’attrattiva maggiore è la presenza della cupola dotata sulla sommità di un’apertura circolare centrale (Adriano la userà per il Pantheon) che conferisce luminosità e ariosità agli spazi e ci viene da pensare alle parole di Svetonio.”il soffitto delle sale da pranzo era di lastre d’avorio mobili e forate, perché vi si potessero far piovere dall’alto fiori ed essenze profumate. La sala principale era circolare e ruotava su se stessa tutto il giorno e la notte, senza mai fermarsi, come il mondo”.

In effetti la reggia doveva il suo nome all’apparato decorativo che possedeva: marmi policromi d’importazione (opus sectile) pavimentali e parietali; affreschi sulle pareti e sulle volte, arricchiti da stucchi a rilievo rivestiti di lamina d’oro; mosaici pavimentali in tessere calcaree e parietali in pasta vitrea; lastre d’avorio, gemme e pietre preziose incastonate ovunque: ricchezza e sfarzo tipici delle regge ellenistiche. Oltre all’oro, nella domus aurea regnava la “luce”: le strutture erano orientate a sud, per permettere al sole in ogni ora del giorno di illuminare tutti gli ambienti, questo particolare non era un capriccio dell’imperatore, ma si legava al progetto politico che Nerone voleva attuare, egli decise di chiudere con i compromessi tra principe e senato, assumendo il potere in senso assolutistico, ricollegandosi alle esperienze politiche delle monarchie ellenistiche, in cui il re era divinizzato in vita. Nerone quindi si presentò ai Romani come l’incarnazione del Sole, per cui la sua reggia doveva essere continuamente inondata dalla luce.

IL RITROVAMENTO
Come dicevamo le stanze del piano terra furono interrate e così rimasero sigillate per secoli e si perse ricordo della casa dell’imperatore Nerone, sino ad arrivare alla fine del ‘400 allorché, colti da amore per la romanità, seguendo le indicazioni degli scritti di storici e poeti antichi, gli artisti dell’epoca come il Pinturicchio, il Ghirlandaio, il Perugino e lo stesso Raffaello si calarono all’interno, attraverso un foro nella volta, scoprendo tesori rimasti celati per secoli. Il viaggio sotterraneo non era certo comodo, bisognava procedere tra”ranocchi, civette e barbaianni e nottoline”, strisciando sul ventre, illuminati dalla luce delle candele. Possiamo immaginare lo stupore di trovarsi a pochi centimetri dalla policromia delle pitture che essendo state scoperte in tali grotte furono appellate “grottesche”, ma non c’erano solo motivi miniaturistici, ma anche quadretti mitologici dipinti dal famoso Fabullus, come l’addio di “Ettore ed Andromaca”o quello di “Achille che sceglie le armi tra le figlie del re Lykomedes”, o al centro della volta del ninfeo il mosaico con “Ulisse e Poliremo”, il più antico esempio documentato di decorazione musiva di un soffitto e ancora poterono toccare gli stucchi con copiose tracce di doratura e a ricordo incisero o dipinsero i loro nomi. Si viveva una “ripresa dell’amore per l’antico” e gli artisti si trovavano di fronte un repertorio pittorico inviolato fino ad allora, che venne copiato e riproposto “come novità” nei lavori che i maestri stavano eseguendo (ricordiamo che la cittadina di Pompei, esempio di architettura ed arti romane,  sarà dissepolta solo nel ‘700). Ma nonostante tanto studio bisogna arrivare al 1832 con Stefano Piale per capire che tali resti archeologici rappresentano la domus aurea di Nerone!

L’ESTENSIONE
La casa (!) occupava un’area di 80 ettari! Comprendeva il Palatino (parte residenziale), il Celio (su cui fu costruito un grandioso ninfeo, cioè una fontana monumentale alla base del tempio dell’imperatore Claudio, suo padre adottivo) l’altura della Velia (vestibolo monumentale d’ingresso all’edificio, presso cui sorgeva la monumentale statua in bronzo dorato dell’imperatore, opera del famoso scultore Zenodoro, alta ben 35 metri, 3 più del colosso di Rodi e che pare abbia dato il nome al successivo anfiteatro limitrofo: il Colosseo) la valle (dove in seguito sorgerà il Colosseo, in cui fu creato un lago artificiale) il colle Oppio (su cui fu edificato il padiglione attualmente visitabile) che era caratterizzato da uno scenografico sistema a terrazzamenti digradanti sul lago (oggi il colle scende sempre a terrazzamenti verso il Colosseo), l’Esquilino dove sorgevano proprietà imperiali ereditate da parte paterna. Un’area così vasta dovette essere occupata da edifici residenziali, di rappresentanza, termali, portici di raccordo e padiglioni sparsi tra boschetti e giardini, campi coltivati, pascoli e vigneti: un’anticipazione di quelle ville rinascimentali e barocche in cui l’architettura si sposò con la natura.

Nerone

Ma ciò che fece tanto indignare i suoi contemporanei fu che la reggia così vasta sorgeva in pieno centro cittadino, ed una tale estensione fu possibile raggiungerla solo all’indomani del disastroso incendio del 19 luglio del ‘64, che provocando la distruzione di molti quartieri di Roma e della precedente residenza di Nerone, la domus transitoria, permise all’imperatore, grazie ad espropri forzati di allargare le dimensioni della sua casa. L’incendio da sempre fu considerato frutto della sua follia, atto vandalico premeditato per impossessarsi di terreni su cui costruirsi casa, dove “abitare in modo degno di un uomo”(Svetonio). Ma al momento dell’incendio l’imperatore era ad Anzio (come scrive Tacito) e rientrò precipitosamente a Roma dove aprì i suoi giardini dell’Esquilino ai derelitti. Sicuro è che dopo questa sciagura, Roma, limitatamente alle zone demolite, non sarà più un paesone dalle stradine strette e tortuose, ma avrà un più regolare impianto urbanistico, degno della capitale di un impero.

La scalata al potere assolutista, che ci ricorda tanti personaggi moderni e contemporanei, le sue stravaganze, nonché le megalomanie alimentarono le file degli avversari, fino a che Nerone sarà costretto a darsi la morte. Dichiarato nemico pubblico, il Senato decretò la “damnatio memoriae”, secondo la quale bisognava cancellare tutto ciò che lo potesse ricordare.
Oggi la storiografia inglese e quella italiana stanno portando avanti il processo di riabilitazione di un uomo che osò ribellarsi ai potenti, pensando di poter essere protetto dal popolo che contava.



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