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Il Carnevale in via del Corso

Dalle feste pagane dei Saturnali alla corsa dei cavalli berberi in via del Corso
Esiste ancora a Roma la festa del Carnevale, oppure è limitata esclusivamente ai bambini che si mascherano volentieri nelle fogge dettate dalla moda? Effettivamente se pensiamo al Carnevale ci vengono in mente soltanto i più famosi come quello di Rio, di Venezia o di Viareggio, ma non quello romano e pensare che nei secoli indietro il carnevale di Roma era uno dei più ricchi e sfrenati di tutta Europa, tanto che i pontefici pensarono più volte di sopprimerlo o almeno limitarlo.

Del resto era erede di una lunga tradizione, che affondava le radici nelle feste pagane dei Saturnalia. Come abbiamo già detto nel mese di dicembre dello scorso anno, tali festeggiamenti erano comuni presso tutti i popoli primitivi, ed erano collocati a chiusura del ciclo campestre della semina. Nell’antica Roma dal 17 al 23 dicembre l’uomo godeva di un breve intervallo, in cui sovvertiva le leggi e la morale, in un rituale capovolgimento di quelle regole sociali che al tempo dovevano essere davvero strette. Secondo il semplice “ principio del rovesciamento” i subalterni si affrancavano dai padroni, era permesso lo scherzo anche più atroce, la beffa, l’allegria ed erano abolite le differenze di grado sociale. Tale festa tanto amata dagli antichi Romani sopravvisse al crollo dell’impero e non si poté eliminarla durante l’austero e religiosissimo Medioevo, poiché divenne per il popolo l’unico momento di sfogo in una società teocratica, in cui il “sacro” scandiva tutti i giorni dell’anno. Tuttavia l’antica festa dei Saturnali che si celebrava nel mese di Dicembre finì con lo scivolare a ridosso del periodo quaresimale: tra l’Epifania e le Ceneri Del resto l’etimologia della parola sembra derivare da carnem levare, che indica l’astensione dalle carni. Seguivano giorni austeri, l’obbligo della comunione pasquale imponeva la confessione, le penitenze, il digiuno, il controllo sul gioco, sul vino e sulla moralità; il Carnevale rappresentava quindi una parentesi, l’unico momento di liberazione.

Nella Roma papale i festeggiamenti duravano otto giorni, ed iniziavano con il corteo delle autorità ecclesiastiche e civili, le maschere facevano “cagnara” a piazza Navona e a piazza Colonna, ma la via principe del Carnevale era via del Corso, e al suono della campana capitolina si apriva sulla strada la sfilata delle carrozze dei signori, in doppia fila e perlopiù scoperte, c’era poi l’esibizione dei carri allegorici, bizzarri e stravaganti, e la mascherata più famosa è rimasta quella cinese del 1735, quando andava di moda la Cina, paese lontano ed affascinante per la sua cultura e le realizzazioni artistiche. I festeggiamenti non si interrompevano neanche di sera, infatti come sopraggiungeva il buio iniziava la festa dei moccoletti: si accendevano le candele alle finestre, ai balconi, nelle carrozze, e tra la folla che a piedi riempiva le strade; i lumi, protetti con un cartoccio, erano pochi all’inizio, ma divenivano sempre di più, poi tantissimi, migliaia di lucciole che nel buio della notte illuminavano il Corso, le piazze e le vie vicine, al grido “Al moccolo!” e “Senza moccolo!”.

Alla fine c’era la famosissima corsa dei cavalli berberi, era il momento culminante del Carnevale, che riempiva balconi e finestre di gente, che pagava a caro prezzo un posto, affittato addirittura da un carnevale all’altro, il popolo si accalcava ed ammucchiava ai lati del Corso, mentre personaggi eccellenti, i vip di ieri, trovavano posto su tribune improvvisate come a S. Carlo, o nei palazzi signorili, come quando il principe Camillo Pamphilj ospitò la regina Cristina di Svezia nel 1666.

La partenza dei cavalli avveniva a piazza del Popolo, erano veloci purosangue di razza africana, ed ogni casata nobiliare ne possedeva uno, erano impennacchiati e bardati a festa, e trattenuti dai barbareschi, fino alla partenza, quando venivano lanciati al galoppo, senza cavaliere, lungo la via del Corso, ricoperta di sabbia e terriccio. A fine corsa i cavalli dovevano essere fermati, per evitare che andassero a sfracellarsi contro il palazzotto Venezia, in quanto allora la piazza era stretta e lunga, chiusa tra palazzi medioevali e rinascimentali, poiché l’allargamento della piazza con la nascita di via dei Fori Imperiali, così come li vediamo ora, furono effettuati nei primi del novecento, con lo sventramento dei palazzi in loco. Ovviamente il primo cavallo che entrava a piazza Venezia era il vincitore, ma come fare a frenare l’impeto dei cavalli che giungevano focosi e in massa al traguardo?

L’espediente era semplice, da una corda tesa, cadeva improvvisamente un drappo bianco, che impaurendo i cavalli ne frenava la corsa, poi sugli animali sconcertati e scalpitanti si gettavano i barbareschi, che con coraggio, forza e determinazione domavano i cavalli prendendoli per il morso, per nulla spaventati dai cavalli imbizzarriti, che sollevavano gli zoccoli in aria, in quel momento, tra il plauso degli spettatori, divenivano a loro volta i protagonisti della festa. Mentre i cavalli più famosi, come Aquilino, Camerina o Capriola venivano immortalati nei quadri ad olio, per conservare ricordo e trofeo dei destrieri vincitori.

carnevale

Il Carnevale finiva con lo scoppio de’ mortaretti, i fuochi d’artificio che illuminavano il cielo notturno romano di luci di mille colori, e forse i più famosi sono stati proprio quelli di Castel Sant’Angelo, preparati dal Bernini.



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