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La macchina di Santa Rosa

Ogni anno, a Viterbo, sempre il 3 Settembre, si rinnova un evento da non perdere, da vivere di persona per comprendere quanto la religiosità si mischi al folklore, il sacro al profano. Uno spettacolo unico e straordinario, che si ripete da settecentocinquanta anni, caro ai Viterbesi, agli abitanti dei paesi vicini e ai turisti di tutto il mondo che vogliono personalmente vedere la macchina di Santa Rosa, il campanile che cammina, con i suoi 50 quintali di peso, 28 metri d’altezza, 800 lumini a vivo, 100 uomini scelti, che faticosamente la sostengono in un percorso lunghissimo, di oltre un chilometro. E’ bene dire subito, per chi volesse vedere Ali di luce (così si chiama la macchina che quest’anno si trova al suo Terzo Trasporto, in quanto le macchine vengono rinnovate ogni cinque anni), che bisogna recarsi sul posto molte ore prima, tanta è la folla presente, che dal primo pomeriggio gironzola per le vie, animate dalle bancarelle. In piazza, a Porta Romana, dove la macchina parte, la gente si raduna rifornita di sediolina  e viveri,  per accaparrarsi le migliori posizioni e non perdersi l’istante in cui, sganciato dall’impalcatura, il gigantesco macchinario viene issato in spalla dai “facchini” in un dondolio, che pare rasentare il crollo.

macchina di santa rosa

Così inizia il suo cammino lungo il cuore della città, in un percorso transennato e assiepato di gente, che sta in piedi per ore, per non perdere l’istante mozzafiato, quando ormai al buio (l’illuminazione stradale  è progressivamente spenta dal Comune e guai a chi accende le luci in casa!), la macchina  annunciata dal bagliore dei suoi lumini, passa tra i palazzi, penzolando di qua e di là, tra il vociare spaventato di chi sta affacciato alla finestra o al balcone e la vede rasentare ora un tetto ora l’altro, sul quale sembra volersi abbattere. Folla e ancora folla, festosa, allegra e quieta, nelle piazze dove Ali di Luce viene  fermata per far riprendere fiato ai facchini. E poi la faticosissima corsa finale in salita, fino al santuario di Santa Rosa, ogni anno pare una scommessa, sempre vinta dalla perizia e dal coordinamento armonioso di chi la porta e che esegue alla lettera gli ordini del capo macchina.
E come tutte le feste di rispetto la serata termina con pirotecnici fuochi d’artificio.

I facchini
Sono il motore della macchina, dopo la vestizione (indossano la tradizionale divisa bianca come la purezza e rossa come la passione), fatto il giro delle chiese e ricevuta la benedizione in articulo mortis (in quanto non si sa mai cosa può capitare durante il faticoso e rischioso trasporto), sfilano in corteo, acclamati dalla folla. Ce ne sono di grossi e di piccoli, in base all’occorrenza; si dividono in ciuffi (coloro che stanno sotto la macchina e hanno sulla testa un cuscino-cappuccio che serve a proteggersi dagli urti), spallette (sostengono la macchina ai lati), stanghette (di ausilio ai trasportatori, stanno fuori della macchina) e leve ( entrano in azione nell’ultima parte del percorso, che è in salita, in aiuto alle file posteriori). Fare il facchino è considerato un grande onore, nonostante che ogni tanto qualcuno finisca in ospedale, comunque la propria adesione come trasportatore è segnata nel tempo da tangibili deformazioni ossee sul collo e sulle spalle.

Chi era Santa Rosa?
Era il 1258 quando papa Alessandro IV il 4 settembre fece traslare solennemente nel monastero di San Damiano, la salma di Rosa, che si trovava nella nuda terra, di fronte alla chiesa di Santa Maria in Poggio. E’ da allora, in ricordo di questo percorso, che ogni anno si svolge una processione storico- religiosa il 2 settembre, mentre è dal seicento, che hanno cominciato a sfilare, il giorno 3, i primi baldacchini lignei, dell’altezza di pochi metri, mentre ora si è arrivati ai vertiginosi 28 metri di Ali di Luce.

Ma chi era Santa Rosa?
Era una ragazzina di diciassette anni, figlia di agricoltori, che dopo una malattia chiese la tunica della penitenza, ed iniziò a girare per le strade di Viterbo, con in mano un crocifisso, esortando la gente a mantenersi fedeli al Cristo e alla Chiesa. Bisogna dire che erano i tempi in cui l’imperatore Federico II lottava contro il Papa per estendere il suo potere sull’Italia centro-meridionale, minacciando l’egemonia temporale della Chiesa. Anche la città di Viterbo era stata coinvolta nelle lotte tra guelfi e ghibellini, per cui questa ragazzina che asseriva d’aver visto la Madonna e Cristo, con le sue prediche fece indirettamente un gran bene alla Chiesa, al punto che morto  Federico II, papa Innocenzo IV prima e papa Alessandro IV poi, vollero elevare la figura di Rosa, a  simbolo della lotta contro le pretese egemoniche dell’Impero. Il popolo, invece, per spiegare tale predilezione, preferì dar adito alle numerose leggende che fiorirono su di lei, di cui la più conosciuta è la seguente: Rosa stava uscendo di casa nascondendo nel grembiule del pane per i poveri, ma quando il padre le chiese di mostrargli cosa portava in grembo, lei obbedì aprendo il grembiule che apparve colmo di rose!



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