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Il genio degli antichi

Le macchine del mito

Nel mondo di Omero, il primo creatore di “macchine” fu un dio dell’Olimpo, Efesto. Dopo di lui solo Dedalo, che la tradizione pone tra il mito e la storia, fu in grado di infondere il movimento agli oggetti che creava, come Talos, il gigante di bronzo.

La passione per gli automi e per gli oggetti semoventi si manifestò fin dai tempi di Omero. Ad Efesto, il dio del fuoco, degli artigiani e dei fabbri, erano attribuite molte prodigiose creazioni: la mitica nave Argo, animali che non invecchiavano mai e macchine semoventi. “Venti tripodi in una volta faceva”, scrive nell’Iliade Omero, per collocarli intorno alle pareti della sala degli dei e ai loro piedi fissava delle ruote d’oro, “perché da soli entrassero nell’assemblea divina” e da soli si ritraessero. Teti, la madre di Achille, ebbe l’onore di assistere al momento culminante della creazione e di vedere le mitiche fanciulle d’oro, dotate di cuore e di cervello, che accompagnavano il divino Efesto.
A Dedalo, il padre di Icaro, la mitologia attribuisce l’origine della lavorazione dei metalli, delle regole dell’architettura e delleprime statue lignee che, secondo la tradizione, muovevano automaticamente occhi, braccia e gambe. È lui l’artefice di molte prodigiose creature, come Talos, il bel gigante di bronzo che vediamo riprodotto su molti vasi e su alcune monete di Creta. Secondo la leggenda, Talos faceva ogni giorno il giro dell’isola e impediva agli stranieri di entrarvi. Era una sorta di robot e non aveva armi, se non grosse pietre che scagliava con la forza delle braccia contro chi non rispettava le leggi del re Minosse. Apollonio Rodio, nelle Argonautiche (III sec. a.C.), narra di Talos e della sua morte per opera di Medea. “Era Talos il solo rimasto”, scrive il poeta, “dei semidei della razza di bronzo nata dai frassini”. Invulnerabili erano il corpo e le membra, ma sulla caviglia “aveva una vena di sangue, una sottile membrana che per lui era la vita o la morte”.

Quando Talos iniziò a gettare le pietre sugli Argonauti che si avvicinavano a Creta, Medea per tre volte pregò, evocò gli spiriti del male, “ammaliò con occhi nemici gli occhi dell’uomo di bronzo”.
Talos cedé al sortilegio e, mentre avanzava, urtò la caviglia su uno spunzone di pietra e il liquido che l’animava colò simile a piombo fuso. “Restò barcollante sui piedi infaticabili, poi crollò senza forze con un immenso frastuono” (A.Rodio, Argonautiche, IV). Fu la fine dell’ultimo rappresentante della “stirpe di bronzo” sulla terra. Tra il V e il IV sec. a.C. il mondo del mito lasciò progressivamente il passo alla scienza e anche gli automi divennero prodotti dell’uomo. Pilastro della nuova stagione fu il filosofo di Stagira, Aristotele, istitutore di Alessandro Magno. In un famoso e discusso passo della Politica sulla schiavitù, egli, quasi presagendo le conseguenze sociali della diffusione delle macchine per la produzione industriale, notava: “Se ogni strumento riuscisse a compiere la sua funzione o dietro un comando o prevedendolo in anticipo, come si dice delle statue di Dedalo o dei tripodi di Efesto… e le spole tessessero da sé e i plettri toccassero la cetra, i capi artigiani non avrebbero davvero bisogno di subordinati, né i padroni di schiavi” (Aristotele, Politica I [A], 4,1253b).

Alessandro Magno e i regni ellenistici

Alessandro fu il più grande conquistatore dell’antichità. Dalla Macedonia giunse ai confini dell’India, lasciando ampia testimonianza delle imprese e delle esplorazioni compiute. Alla sua morte l’immenso impero fu diviso tra i suoi generali, dando origine ai regni ellenistici.

Nel 336 a.C., il re di Macedonia Filippo II fu assassinato. Il regno passò al figlio Alessandro, il quale, dopo aver consolidato iconfini e assoggettato la Grecia, dette inizio ad un progetto di conquista di tutto l’Oriente. Alessandro viaggiava seguito da una corte di storici, scienziati ed artisti, fra cui il filosofo Callistene, nipote di Aristotele, il pittore Apelle e lo scultore Lisippo, che dovevano documentare le sue imprese. In soli dodici anni, piegando le principali roccaforti del potente impero persiano guidato dal re Dario, conquistò l’Asia Minore e, scendendo lungo il Mediterraneo, arrivò in Egitto, dove fondò Alessandria. Quindi mosse verso Oriente, conquistando i territori che corrispondono all’Afghanistan, al Turkestan cinese e al Pakistan. Discesa la valle dell’Indo, attraversò il Gange e imbarcò l’esercito sulle rive dell’Oceano Indiano. Da lì tornò a Babilonia, dove morì nel giugno del 323 a.C., all’età di trentatré anni.

Dopo la sua morte i comandanti dell’esercito – i diadochi – si spartirono con alterne vicende le terre conquistate, costituendo tre regni principali: il regno dei Tolomei o dei Lagidi in Egitto; il regno degli Antigonidi in Macedonia (dove per breve tempo avevano vissuto la sposa Roxane e il figlio legittimo del grande macedone); il regno dei Seleucidi in Siria, in Asia Minore e nella valle dell’Indo. Meno importante politicamente, ma considerevole per attività culturale, fu in seguito il regno degli Attalidi a Pergamo. Con i diadochi si inaugurò una nuova epoca della storia. La straordinaria diffusione della cultura greca, integrandosi con le grandi civiltà dell’oriente e dell’Egitto, dette vita a un grandioso fenomeno di cultura condivisa: l’ellenismo. Nelle corti fiorirono le arti e le scienze. In Egitto, i Tolomei, furono mecenati grandiosi e fondarono la Biblioteca e il Museo di Alessandria. I rapporti e gli scambi culturali tra le città divennero continui e vivaci, facilitati dall’uso del greco come lingua comune (koiné). Teocrito e Archimede, ambedue siracusani, vissero a lungo nella città sul delta del Nilo e di questa permanenza restano molte tracce nelle loro opere: Teocrito cantò la gloria del re Tolomeo Filadelfo e della stirpe dei Lagidi e il fasto delle pubbliche feste; Archimede intrattenne con Eratostene, direttore della Biblioteca, una significativacorrispondenza, citando il comune maestro Conone. Roma, che nel 212 a.C. conquistò Siracusa e cominciò la sua espansione ad Oriente, subì fortemente il fascino del mondo ellenistico, trasportando le opere d’arte dai paesi conquistati e attirando molti intellettuali di lingua e di cultura greca. Ad Alessandria d’Egitto, il conflitto che seguì l’arrivo dei romani vide l’incendio di una parte della famosa Biblioteca, che costituiva il vanto del mondo antico e il cuore del pensiero ellenistico. L’ultimaregina d’Egitto fu Cleopatra, la cui intelligenza e cultura affascinarono prima Cesare e poi Antonio, che si presentò come antagonista di Ottaviano, il futuro Augusto. La battaglia di Azio nel 31 a.C. e la morte di Antonio e Cleopatra segnarono la fine dell’ultimo regno ellenistico e chiusero questo periodo della storia del mondo.

Prodigi di acqua e vapore

La pneumatica è la scienza che studia il comportamento dei fluidi, dell’aria e dei liquidi. In quel campo i greci compirono un notevole balzo in avanti. Grazie a loro migliorò l’igiene pubblica con imponenti acquedotti, i giardini si abbellirono con orologi e fontane, le pompe divennero più efficienti e la musica si arricchì di un nuovo strumento: l’organo ad acqua. Molti congegni inventati dai greci furono utilizzati e rielaborati dai romani e poi dagli arabi.

Ctesibio Alessandrino (310-240 a.c.) fu uno dei più grandi  inventori ellenistici. Visse al tempo di Tolomeo II Filadelfo e scrisse almeno due opere di pneumatica, in cui descrisse macchine ed esperimenti. Lavorò molto sui fluidi comprimibili e tentò anche di fabbricare un’arma pneumatica. Alla sua ispirazione si devono molti strumenti, come la famosa pompa che da lui prende il nome.
Funzionava con un cilindro, un pistone e due valvole che permettevano alternativamente l’entrata e l’uscita di vapore o di acqua, simili alle valvole delle prime macchine a vapore. Nessuna opera di questo straordinario personaggio, figlio di un barbiere, è giunta fino a noi e la nostra conoscenza si basa sulle fonti indirette, in particolare sul De Architectura del romano Vitruvio, in cui sono descritti l’organo idraulico e il celebre orologio ad acqua, il cui modello è esposto nell’atrio. Eredi di Ctesibio furono Filone di Bisanzio (280-220 a.c.) ed Erone di Alessandria. Il primo era contemporaneo di grandi inventori, come Archimede e Conone, e le sue ricerche sono ben conosciute grazie alla trasmissione di manoscritti e di codici contenenti stralci e riassunti dei suoi trattati.
Si occupò di sifoni e di leve, ma anche di ingegneria, studiando la costruzione dei porti e le macchine da guerra. Particolare successo ebbero i suoi teatrini automatici. Più tardi Erone, che visse probabilmente nel I sec. d.C., raccolse le sue conoscenze in diverse opere, fra cui Pneumatica e Automi. Scrisse di geometria, di ottica, di catapulte e della diottra, una sorta di teodolite che si usava per le osservazioni terrestri ed astrali. Famosi sono il teorema che porta il suo nome, l’invenzione di fontane perenni e canore, l’eolipila ed i teatri meccanici.Molte opere della pneumatica antica furono recepite dagli arabi e, rielaborate, sono giunte all’occidente europeo.

Archimede di Siracusa

La figura scientifica del più grande genio dell’antichità appare avvolta nella leggenda. Scarsi sono i particolari della sua vita e le  poche informazioni che si hanno sono perlo più attinte dalla biografia del console romano Marcello, scritta da Plutarco. Infatti durante la Seconda Guerra Punica, Siracusa fu assediata e presa dai romani e Archimede trovò la morte durante il sacco della città.

Nacque a Siracusa nel 287 a.C. di buona estrazione sociale, figlio di un astronomo, era legato da amicizia e, forse, da parentela a Ierone, tiranno della città. Lasciò la Sicilia per recarsi ad Alessandria, dove studiò sotto la guida di Conone e dei discepoli di Euclide.Tornò quindi a Siracusa dove trascorse il resto della vita nello studio, nella progettazione e nella creazione di molti oggetti famosi in tutto il mondo antico. Durante  l’assedio fu il punto di riferimento della difesa e inventò molte macchine e strumenti bellici che, come dicono le fonti, terrorizzarono i romani. Secondo la narrazione di Plutarco, Archimede morì per mano di un legionario nel 212 a.C., nonostante Marcello avesse ordinato di risparmiargli la vita. Tenne sempre regolari contatti con il mondo alessandrino, in particolare con Dositeo ed Eratostene di Cirene. Le sue ricerche toccarono diversi campi della scienza ed egli raggiunse presto una grande notorietà in tutto il mondo greco. La sua produzione scritta comprende diversi trattati tra i quali: Sui corpi galleggianti, Sulla sfera e il cilindro, L’arenario, Sull’equilibrio dei piani, Sulle leve e sui  baricentri. Sono andati invece perduti Sull’ottica e Sulla costruzione delle sfere. La conoscenza delle opere di Archimede proviene dai manoscritti greci superstiti e da quelli latini tradotti dal greco a partire dal XIII secolo. Uno dei più importanti è un breve trattato conosciuto come il Metodo, che fu riscoperto solo nel 1906 in una biblioteca di Costantinopoli.

Il grande siracusano si occupò di aritmetica e di geometria, di idrostatica e di astronomia e anche di meccanica. Fu un genio in campo applicativo e costruì: planetari, viti perpetue e quella che prende il suo nome (utilizzata per sollevare l’acqua), sistemi di leve e pulegge, navi innovative e colossali come la Siracusana, giochi come lo Stomachion. A lui si attribuiscono anche i famosi specchi ustori, che avrebbero bruciato le navi dei romani sotto l’isola di Ortigia. Probabilmente a queste celebri invenzioni si deve molta della sua fama. L’ampia aneddotica che ne  accompagna l’attività scientifica, in alcuni casi divertente, come ad esempio il celebre grido “Eureka” lanciato nell’uscire dalla vasca, in altri inquietante, si pensi agli specchi ustori per incendiare le navi nemiche, in altri ancora tragica, come ad esempio le molteplici versioni riguardanti la sua morte, ha contribuito a rendere Archimede una figura leggendaria. Indipendentemente da tutto ciò, la personalità scientifica di questo sapiente si distingue da tutte le altre dell’antichità per il perfetto equilibrio tra scienza e tecnica, che si realizzò attraverso un interscambio tra applicazioni e riflessioni teoriche eccezionalmente proficuo. Ma la genialità di Archimede è al meglio sintetizzata da ciò che di più bello una mente matematica abbia mai potuto  produrre: il mirabile metodo per il calcolo delle aree e dei volumi. Egli fu la figura di riferimento degli analisti del Seicento, in quanto il suo metodo, basato sull’idea di approssimare una superficie curva attraverso una successione di poligoni, può senz’altro essere considerato una prima versione del calcolo integrale. Questo e altri contributi pongono Archimede, insieme a Gauss e Newton, tra i tre più grandi matematici di tutti i tempi.

Il teatro delle meraviglie

Il teatro greco costituisce una delle manifestazioni artistiche più antiche della società occidentale. Mezzo di comunicazione per  eccellenza, fin dai primordi fu concepito come spettacolo da ascoltare, vedere, memorizzare. Nella vita democratica ateniese, costituiva un momento importante di vita collettiva con funzioni religiose, politiche e anche competitive, visto che era organizzato in veri e propri festival, le Grandi Dionisie e le Lenee.
Protagonista assoluto degli spettacoli teatrali era l’uomo che si trovava a vivere situazioni problematiche, che imponevano decisioni difficili. Il pubblico doveva provare ansia, meraviglia, timore e partecipare delle sue scelte.
La sconfitta nella guerra del Peloponneso, oltre a segnare la fine della potenza politica di Atene, produsse la fine del grande periodo della democrazia del V sec. a.C., destinata forse a sopravvivere nelle forme, ma non nello spirito. Il mondo della cultura risentì di questa mutazione. Il teatro, in particolare, rinunciò ai temi politici che, con i loro accenti polemici, avevano dato spunto alla tragedia e alla commedia antica. E si rifugiò in temi di evasione e di divertimento, il cui contatto con la realtà si restrinse sempre di più all’analisi della dimensione individuale e domestica. Attraverso la fase della “commedia di mezzo”, caratterizzata dal disimpegno e dall’introduzione di fatti spassosi e leggeri nella vita di eroi mitici, si arrivò alla “commedia nuova”, in cui, ai grandi temi politici e religiosi dei secoli passati, si sostituì l’analisi della società borghese del tempo.

Simbolo della commedia nuova è l’ateniese Menandro (342–291 a.C.), cantore di una quotidianità fatta di psicologia e di sentimenti familiari, in cui alla verosimiglianza della vita reale faceva riscontro una giustizia immanente, sempre vincente nonostante le avversità e le cattive intenzioni degli uomini. Così, mentre il teatro si trasformava da spazio di impegno comunitario a luogo di evasione, gli spettatori, come oggi davanti a un film, potevano finalmente specchiarsi nella realtà che avrebbero voluto vivere.
In un’epoca affascinata dai prodigi e dalle meraviglie (thauma), si diffuse la moda dei teatri automatici, oggetti di puro divertimento. I più grandi creatori di cui conserviamo memoria furono Filone di Bisanzio ed Erone di Alessandria.

Acustica e nuovi strumenti

L’Ellenismo fu un’epoca di estremo entusiasmo musicale, con una passione diffusa per il canto e l’esecuzione strumentale, ma anche per la ricerca teorica e la sperimentazione pratica.

Presso le corti ellenistiche professionisti e artisti allietavano grandi feste e celebrazioni e agli strumenti tradizionali della musica greca aggiunsero l’organo idraulico di Ctesibio Alessandrino, particolarmente adatto per la potenza del suono alle processioni e alle parate.
L’organo fu uno strumento molto amato anche nel mondo romano, come dimostrano le innumerevoli testimonianze pervenuteci. Plinio, nella Storia naturale, ci offre una suggestiva immagine di questo strumento che, suonato in riva al mare, richiamava i delfini attratti dalle particolari intonazioni. Come le altre scienze, anche l’acustica si giovò degli studi di matematici e scienziati. Lo dimostra il caso degli echei, vasi di bronzo o di terracotta che venivano posti sotto le gradinate dei teatri e, fungendo da cassa armonica, amplificavano il suono o la voce provenienti dalla scena. Il primo a introdurre gli echei a Roma fu Lucio Mummio, con degli esemplari predati nel teatro di Corinto, da lui distrutta nel 146 a.C. Vitruvio descrive questi dispositivi con notevole accuratezza ed è possibile vederne la riproduzione nella sezione del teatro qui ricostruita.

La geometria dell’universo

La geometria attraversa tutto il mondo greco.
Da Talete ad Archimede, filosofi e matematici cercarono in questa scienza una possibile risposta ai quesiti della natura. Pitagora rappresentava i numeri a partire dalle loro connotazioni geometriche e Platone riteneva che i cinque solidi regolari fossero i mattoni di cui era composto l’universo.
Uno dei risultati più affascinanti della geometria platonica riguarda la costruzione dei poliedri regolari, ossia i solidi le cui facce sono tutte uguali. Quel che sorprende è che ne esistano solo e soltanto cinque: il tetraedro, composto da quattro triangoli equilateri; l’ottaedro costituito da otto triangoli equilateri; l’icosaedro, di venti triangoli equilateri; il cubo, limitato da sei quadrati; infine il dodecaedro, le cui facce sono dodici pentagoni regolari. Ognuno di questi solidi ha la proprietà di dividere la sfera in cui è inscritto in parti uguali e uniformi. Il numero limitato dei poliedri regolari e il vano tentativo di costruirne altri hanno conferito ai cinque solidi un alone di eccezionalità. Nel corso dei secoli molti studiosi, come il nostro Galileo, sono rimasti affascinati da queste forme particolari e hanno tentato di comprendere, attraverso la geometria, i legami profondi della realtà.

Il testo che più saldamente lega queste forme perfette alle radici dell’universo è il Timeo di Platone (427-347 a.C.). Questi riteneva, come molti ai suoi tempi, che la natura fosse composta di quattro elementi, il fuoco, la terra, l’acqua e l’aria, e che questi elementi fossero corporei, cioè dotati di spessore, e quindi rapportabili a figure geometriche tridimensionali. A secondo delle loro caratteristiche gli elementi erano composti di solidi regolari, proprio come i cristalli. La terra, “il più immobile e plasmabile dei corpi”, da cubi; il fuoco, ”il più mobile e più acuto”, da tetraedri; l’acqua, più grande e di volume maggiore, da icosaedri; e l’aria, la forma intermedia, da ottaedri. L’ultimo solido, il dodecaedro, era un corpo molto singolare per via delle facce pentagonali che sfuggono alle regole di scomposizione e presentano alcune particolarità, come il “rapporto aureo” delle diagonali. Il dodecaedro era stato oggetto di culto dei pitagorici e il pentagono stellato aveva fatto la sua comparsa già nell’arte babilonese. Platone gli riservò un ruolo speciale e concluse la descrizione dei cinque poliedri dicendo: “restava una quinta combinazione e il dio se ne giovò perm decorare l’universo”.

Le scienze naturali

“Fusis” (fuvsi”) per i greci significa Natura e le scienze fisiche erano per loro le nostre scienze naturali.
Legati al culto di Apollo e di Asclepio erano i grandi centri medici dell’antichità,Velia e Cos. Del primo fu iniziatore Parmenide (540-470 a.C.), del secondo furono protagonisti Ippocrate (460-370 a.C.) e la sua scuola.

Il grande iniziatore della rivoluzione ellenistica fu Aristotele di Stagira. Molti suoi allievi proseguirono le sue ricerche nel campo della zoologia e Teofrasto eccelse nella botanica. In epoca ellenistica, ad Alessandria d’Egitto, Erofilo di Calcedonia e Erasistrato di Chio svolsero fondamentali ricerche di anatomia e di fisiologia. Nell’organizzare la ricerca Aristotele di Stagira (384- 322 a.C.) fissò il metodo che ancora oggi è utilizzato dagli scienziati: esporre il problema, riferire quanto è stato detto dagli autori precedenti e discuterlo, presentare osservazioni originali, trarre le conclusioni. Egli fu il primo a raccogliere notizie di prima mano sulla natura. Con dovizia di particolari, nella Historia animalium in dieci libri, il maestro di Stagira interpretò il comportamento di 540 animali, oltre che degli insetti, raramente sbagliando, più spesso fornendo informazioni che ancora oggi sono suffragate dalla moderna zoologia. Ma la vera originalità, segno di portata intellettuale notevole, è che Aristotele impostò i criteri per la classificazione delle specie, secondo uno schema che muove dalla descrizione delle caratteristiche generali comuni a vari animali, dalla forma esteriore, alla modalità di fecondazione e riproduzione e al comportamento. All’uomo Aristotele riconobbe un ruolo particolare, quello di “essere razionale”, ma dal punto di vista puramente zoologico lo collocò al posto giusto, tra i vertebrati vivipari, che oggi corrispondono alla classe dei mammiferi.

I suoi insegnamenti furono ripresi dall’allievo Teofrasto di Ereso (ca 371-286 a.C.), il quale, pur criticando il maestro, proseguì la sua opera nella Scuola del Peripato. Di Teofrasto si raccontava che avesse ideato un orto per la coltivazione di piante medicinali, ma soprattutto ammirava il mondo vegetale per  la meraviglia che esso rappresentava nel contesto della natura. Il successo delle opere naturalistiche di Aristotele  Teofrasto fu enorme in tutto il mondo ellenistico: copiate più volte, esse sono sopravvissute, almeno in gran parte, fino ai giorni nostri, costituendo la base della scienza naturale moderna. Uno dei testi più famosi nel campo della farmacia, utilizzato per tutto il Medioevo, fu redatto nel I sec. d.C. da Pedanio Dioscoride di Anazarba. Nei cinque libri De Materia medica (Periv uvlh” ijatrich~”) il medico greco espose il suo originale sistema, che consisteva nel classificare le piante officinali in base alle proprietà terapeutiche.Nei suoi testi Dioscoride non inserì illustrazioni, ma lo fecero anche a scopo pratico gli autori successivi, greci, latini e arabi, che copiarono e glossarono l’opera originale, fornendo splendidi manoscritti illustrati, uno dei quali è esposto in mostra. Mentre Teofrasto studiava la botanica, ad Alessandria iniziarono gli esperimenti biologici, con le prime dissezioni anatomiche e la pratica della vivisezione. Il medico Erofilo di Calcedonia (335-280 a.C.), visse ad Alessandra dove studiò la fisiologia e l’anatomia, individuò nel cervello la sede del sistema nervoso e dell’intelligenza, distinguendo i nervi dai vasi sanguigni. Fondatore della Scuola di Alessandria insieme ad Erofilo fu Erasistrato di Chio (330-250 a.C.), che divenne poi medico reale di Seleuco I Nicatore, curando anche il figlio Antioco. Egli considerava gli atomi come i costituenti essenziali del corpo e riteneva che essi fossero resi vitali dall’aria esterna (pneuma) in grado dim circolare attraverso le arterie. Per primo mise in dubbio la teoria umorale e ipotizzò che la causa delle malattie fosse da ricercarsi nell’alterazione dei vasi o dei tessuti.

Le scienze esatte

Ai babilonesi e agli egiziani dobbiamo le prime osservazioni degli astri, i nomi di molte costellazioni, i calendari solari e la divisione della volta stellata in 360 gradi. In epoca greca, grandi filosofi come Parmenide e Platone videro il cielo come una sfera e ragionarono sull’universo finito o infinito. L’età ellenistica vide la nascita dell’astronomia e della geografia scientifica.
Nel 246 a.C. Eratostene di Cirene fu chiamato dal re Tolomeo Filadelfo a dirigere la Biblioteca di Alessandria. Applicò la matematica alla geografia, riuscendo a disegnare la prima carta del mondo con i meridiani e i paralleli e a misurare la circonferenza terrestre, come si vede nella sala a fianco.
Degli stessi anni è l’opera Sulle dimensioni e le distanze del Sole e della Luna di Aristarco di Samom (circa 310-240 a.C.), discepolo di Stratone di Lampsaco e studioso di fisica. Aristarco è rimasto celebre per aver sostenuto l’ipotesi eliocentrica, secondo cui tutti gli astri ed i pianeti girano intorno al Sole. La concezione astronomica greca era, infatti, tendenzialmente geocentrica e si immaginava che il Sole ed i pianeti ruotassero con moto circolare intorno alla Terra. L’opera in cui il fisico esponeva la rivoluzionaria ipotesi è andata perduta e la sua teoria è giunta fino a noi grazie a uno scritto di Archimede, l’Arenario. Non conosciamo, dunque, gli argomenti con cui Aristarco provava la sua ipotesi ma, dall’altra sua opera pervenuta, possiamo dedurre che egli procedeva con metodo rigorosamente scientifico, scindendo le osservazioni dalle dimostrazioni. La teoria eliocentrica di Aristarco costituisce il naturale sviluppo di alcune concezioni già precedentemente elaborate, in particolare da Eraclide Pontico, allievo di Platone, che nel IV sec. a.C. aveva intuito la rotazione terrestre diurna, sostenuta anche dai pitagorici Iceta ed Ecfanto.

Grande diffusione ebbero le teorie di Ipparco di Nicea (185-125 a.C. circa), geografo ellenistico che, dopo aver passato qualche tempo ad Alessandria, trascorse il resto delle sua vita a Rodi. Con meticolosa precisione, Ipparco eseguì numerose misurazioni astronomiche, servendosi di apparecchi ottici appositamente
inventati. Egli riprese l’antica teoria delle stelle fisse di Eudosso di Cnido e spiegò come il Sole ed i pianeti si muovono lungo cerchi ruotanti lungo un’orbita circolare situata attorno alla Terra. Il suo modello astronomico spiega molto bene quasi tutti i fenomeni celesti. Egli compilò il catalogo di 850 stelle fisse, dando per ciascuna di esse la longitudine, la latitudine e lo splendore, con una ripartizione, divenuta poi classica, in sei gradi, scoprendo anche il fenomeno della precessione degli equinozi. Quasi tre secoli dopo, il sistema di Ipparco costituì il punto di partenza per Claudio Tolomeo, che visse e lavorò ad Alessandria d’Egitto nel II sec. d.C. e a cui si devono i due più famosi libri di geografia e astronomia dell’antichità, l’Almagesto e la Cosmografia. Le opere di Tolomeo, che ponevano la Terra al centro del sistema solare, e la sua descrizione delle terre emerse rimasero per secoli un imprescindibile riferimento per tutti quelli che si occupavano di astronomia. Solo con Copernico e Galileo il sistema tolemaico fu pubblicamente messo in crisi e si dimostrò che la Terra ruota intorno al Sole, proprio come Aristarco aveva sostenuto diciotto secoli, prima.
Il Faro di Alessandria

Una delle sette meraviglie del mondo fu il grande faro costruito sull’isola omonima di Pharos dai Tolomei per indicare la rotta ai naviganti che si avvicinavano ad Alessandria. Un’iscrizione  attribuisce l’opera all’architetto e ammiraglio Sostrato di Cnido, che la edificò tra il 283 e il 282 a.C., all’inizio del regno di Tolomeo Filadelfo. Si diceva che la sua luce si poteva vedere a 50 km di distanza e l’altezza del manufatto era pari a circa 120 metri.

Strabone nella Geografia (17.6) riferisce che entrando nel porto della grande Alessandria si lasciava a destra l’isola e la torre del faro e a sinistra, dove ora si trova la nuova Biblioteca, si vedevano i palazzi reali con le loro logge di vari colori, il porto e l’isoletta di Antirodi, proprietà privata dei regnanti. Quello di Alessandria non era l’unico faro della costa d’Egitto perché i Tolomei avevano progettato e realizzato una linea di torri lungo la costa e ne rimane ancora uno a circa 50 km da Alessandria, nella cittadina di Abu Sir, l’antica Taposiris Magna. Grazie alla luce dei fari e alla loro riconoscibilità, i naviganti potevano individuare la costa con sufficiente certezza ed evitare di insabbiarsi sui banchi creati dalla corrente del delta del Nilo. La meraviglia per gli antichi non era solo dovuta all’altezza e all’imponenza della torre, ma ai ritrovati tecnici, probabilmente superfici riflettenti e specchi parabolici che magnificavano la luce della lanterna e tritoni che emettevano un suono prolungato e profondo in caso di nebbia. Incredibile a dirsi la torre era ancora in piedi ai tempi delle crociate e la vide il famoso geografo arabo Ibn Battuta alla metà del secolo XIV. Oggi del faro sono visibili ben poche tracce: solo la sua base si erge ancora nella baia di Alessandria, trasformata in unforte dopo il crollo della struttura superiore. Apporti provenienti da tanti campidella scienza contribuirono alla realizzazione di quell’opera, magnifica che rese più sicuri i trasporti e gli approvvigionamenti, consentendo la sopravvivenza e la prosperità dell’enorme metropoli egiziana.

La Rinascita dell’antico

Molti secoli passarono prima che gli studi compiuti in età ellenistica fossero riscoperti da una nuova civiltà urbana, quella del Rinascimento italiano.

Gli scienziati ed i grandi artisti,come Bramante, Raffaello, Leonardo, tornarono a studiare avidamente i testi antichi. Colombo viaggiò con l’Almagesto di Tolomeo sotto il braccio, Raffaello misurava gli edifici di Roma avendo a fronte il De Architectura di Vitruvio, Leonardo ridisegnava la vite di Archimede. Ma il tesoro di saperi accumulato nell’antichità non si esaurì in quei pochi decenni a cavallo fra ‘400 e ‘500. Galileo riteneva giustamente Archimede uno dei più grandi geni della matematica di tutti i tempi e nell’Arenario trovò la conferma delle teorie eliocentriche di Aristarco di Samo. Cento anni dopo, nel 1718, Halley, il famoso astronomo inglese che dette il nome alla cometa, si accorse che le posizioni di alcune stelle differivano sensibilmente da quale riteneva che gli astri fossero mobili, ma animati da un moto così lento che i loro spostamenti non erano apprezzabili nell’arco di una vita. Dimostrando la veridicità dell’intuizione del greco, l’astronomo inglese terminò un esperimento inconsapevolmente cominciato duemila anni prima.



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