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Roma dentro le mura

L’attuale estensione della città di Roma è tale che le possenti Mura Aureliane costruite dall’imperatore Aureliano delimitano solamente il centro storico della città, mentre le antiche porte,  rese monumentali nei secoli successivi e private dei giganteschi usci di legno, rappresentano spesso, nonostante la loro bellezza data dalla maestosità e grandezza, motivo d’ingorgo per il traffico cittadino.
Oggigiorno le mura hanno perso la loro funzione protettrice nei confronti dell’invasione straniera e si ergono nella loro possenza unicamente come monumento del passato, ma solo un centinaio d’anni fa, in occasione della presa di Roma da parte dello stato Sabaudo divenuto Stato Italiano, le mura rappresentarono ancora una barriera da dover superare, con la nota breccia aperta a fianco di Porta Pia.

Pochi brandelli di pietra rimangono invece delle prime mura costruite, secondo la leggenda, dal re Servio Tullio e da lui chiamate Mura Serviane, mentre per la prima delimitazione della città di Roma dobbiamo risalire ancora indietro nel tempo, cioè a Romolo, che dette i limiti sacri.
Il tracciamento del sulcus primigenius, sul quale sarebbero sorte le mura, fu eseguito dal fondatore con un aratro di bronzo al quale erano aggiogati, come riferisce Catone, un toro bianco sul lato esterno e una vacca bianca su quello interno; particolare messo in evidenza dallo scrittore bizantino Giovanni Lido che interpretò la posizione dei due animali con l’intenzione di simboleggiare il torello all’esterno, verso i campi affinché gli uomini della città fossero temuti dagli stranieri e la giovenca all’interno perché le donne fossero feconde dentro casa propria.
La sacralità dell’uso dell’aratro nella fondazione si può maggiormente comprendere analizzando il rito di distruzione di una città, infatti al condottiero vittorioso non bastava radere al suolo o dare alle fiamme il centro abitato che si era opposto tenacemente alla conquista, ma lo doveva distruggere ritualmente, privandolo della sua qualità istituzionale e secondo Servio l’antico costume stabiliva che ciò avvenisse con l’uso dell’aratro, e quindi con lo stesso rito con cui si era proceduto alla sua fondazione, ma probabilmente in senso orario, cioè opposto a quello in cui il fondatore aveva solcato la terra. Infatti se i vari racconti sono attendibili, Romolo effettuò il percorso in senso antiorario, inclinando obliquamente la stiva dell’aratro affinché la terra  smossa cadesse all’interno del recinto. E se accadeva  che le zolle cadessero all’esterno, i seguaci le raccoglievano e le gettavano all’interno, perché quella terra era sacra.
Nei punti in cui dovevano aprirsi le porte, il fondatore non solcava la terra, alzava l’aratro e lo trasportava in aria per tutta la larghezza della porta,  infatti secondo gli antichi scrittori il vocabolo porta deriverebbe dal verbo portare.
Il tracciamento del solco, con la sua ritualità, ed il numero delle porte che dovevano essere tre, secondo il rito etrusco, i Romani li adottarono dal civilissimo popolo dell’Etruria.
Se le mura erano sacre e non potevano essere varcate, proprio come il sulcus primigenius (vi ricordate della leggenda che tramanda che Remo fu ucciso perché aveva osato varcare il solco?), al contrario le porte pare che non lo fossero, visto il flusso in entrata e in uscita di uomini e merci, ecco perché i Romani si scelsero un loro protettore: Giano bifronte, il dio dal doppio volto, per meglio controllare il passaggio all’interno e all’esterno della porta.

Le mura indubbiamente rappresentavano un baluardo nei confronti dei pericoli provenienti dall’esterno e Roma per due volte ricorse a tali sistemi di fortificazione, in epoche molto lontane tra di loro, in occasione di imminenti pericoli incombenti sulla città.
La prima cinta nota con il nome di Mura Serviane, in quanto la tradizione le attribuisce al re Servio Tullio, è risalente al IV sec. a.C. e fu realizzata dopo il sacco dei Galli sulla nel 390 a.C. (quando a nulla valse lo starnazzare delle oche del Campidoglio per svegliare i soldati addormentati!) e Roma pagò a caro prezzo la propria indipendenza (ricordiamo tutti la leggenda di Brenno che non contento del pagamento, sul piatto della bilancia mise pure la sua pesantissima spada costringendo i Romani a bilanciare il peso con l’oro). La cinta, sorta per dissuadere i nemici da altri attacchi, ebbe un percorso di 11 Km. costruito in opera quadrata di tufo di Grotta Perfetta, un’altezza di 10 e uno spessore di 4 metri. Avendo perso la loro funzione difensiva furono distrutte o inglobate in costruzione di età imperiale e i loro resti appaiono qua e là nel centro storico.

La seconda cinta risale a molti secoli dopo, quando la minaccia di attacchi delle popolazioni barbariche, aveva reso poco sicuri i confini dell’impero e costretto Roma a proteggersi dopo secoli di tranquillità.  L’opera intrapresa nel 279 d.C. per volere dell’imperatore Aureliano, racchiudeva la città con una cinta di 19 Km. La motivazione di pericolo imminente determinò una notevole celerità d’esecuzione, per cui furono sacrificate le proprietà private, inglobando costruzioni già preesistenti, come abitazioni o edifici funerari, motivando l’esigenza della pubblica utilità; inoltre si dovette tener conto della morfologia del terreno, per cui le mura seguirono in genere le dorsali delle colline.
Il cantiere iniziato nel 271 d.C. era sostanzialmente finito alla morte dell’imperatore nel 275 d.C. anche se il lavoro fu completato nel 279. Un’opera edile di tale imponenza portata a conclusione in tanto poco tempo meraviglia anche al giorno d’oggi. Ebbene il trucco c’è e si vede, praticamente la cinta muraria da erigere fu divisa in più parti e  l’appalto fu assegato a ditte diverse (differenti sono i materiali ed il modo di usarli) tanto da riuscire a terminare il lavoro in contemporanea, e chissà se ci saranno state delle penali da pagare da parte dei ritardatari!
Con i successivi imperatori, divenendo reale la minaccia d’essere invasi si rialzarono le murature e si potenziarono alcuni apprestamenti difensivi.



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