Informativa Cookie

Casa Editrice Online

Gli Horti Romani

Gli horti romani rappresentano un fenomeno di grande interesse nell’evoluzione dell’edilizia residenziale urbana, poiché introducono a Roma, a partire dall’epoca tardo-repubblicana, un gusto dell’abitare che ha le sue radici in ambiente greco-ellenistico.

Se infatti nella Roma repubblicana l’aristocrazia competeva per una posizione centrale della propria domus, considerata come simbolo di status e di potere politico, dalla metà circa del I secolo a.C. l’interesse delle più importanti famiglie romane si sposta su grandi proprietà, situate ai margini del centro urbano, nelle quali si potevano riassumere le raffinatezze di una lussuosa struttura residenziale e gli ampi parchi ed i paesaggi naturali caratteristici delle ville di campagna.

Il fenomeno conobbe una notevole affermazione, tanto che alla metà del I secolo d.C. il centro urbano fu circondato da una corona di splendide ville, isolate all’interno di grandi parchi che costituivano una sorta di cintura verde intorno alla città densamente edificata.
Gli horti nascono come residenze private di famiglie appartenenti al gradino più alto della scala sociale, ma si trasformano rapidamente, attraverso procedure diverse e per diversi motivi, in parti del demanio imperiale. E’ un processo  quasi istituzionalizzato, tanto che si può riscontrare sia per gli horti Sallustiani del Quirinale donati a Tiberio dal nipote dello storico,  che per gli horti dell’Esquilino: quelli di Mecenate, lasciati in eredità ad Augusto; i Lamiani, che sappiamo frequentati da Caligola; i Tauriani, per acquisire i quali sembra addirittura che Agrippina fece uccidere il proprietario, Statilio Tauro.

Attraverso alterne vicende che vedono anche la rinnovata “privatizzazione” di alcuni settori degli antichi horti, la forma residenziale espressa da queste enormi e prestigiose ville urbane si ripropone fino alla tarda antichità e se ne ritrovano ancora i “relitti” nelle proprietà acquisite dalla Chiesa prima e poi nei grandi parchi della Roma del sei e settecento.
Con la proclamazione di Roma a Capitale d’Italia, nel 1870, si presentò la necessità di adeguare la città al suo nuovo ruolo con la costruzione dei Ministeri e dei quartieri residenziali destinati ad ospitare l’afflusso di nuovi cittadini: fu l’occasione per l’esplorazione archeologica di interni settori della città, soprattutto nelle zone del Quirinale, del Viminale e dell’Esquilino, fino ad allora rimaste quasi completamente inedificate e quindi sconosciute dal punto di vista della topografia antica. Le cronache dell’epoca riportano i numeri delle scoperte avvenute durante i lavori: “705 anfore con importanti iscrizioni; 2360 lucerne di terracotta; 1824 iscrizioni scolpite nel marmo o nella pietra; 77 colonne di marmi rari; 313 pezzi di colonne; 157 capitelli di marmo; 118 basi; 590 opere d’arte di terracotta; 405 opere d’arte in bronzo; 711 tra gemme, pietre incise e cammei; 18 sarcofagi di marmo; 152 bassorilievi; 192 statue di marmo in buone condizioni; 21 figure di animali in marmo; 266 busti e teste; 54 pitture in mosaico policromo; 47 oggetti d’oro e 39 d’argento; 36679 monete d’oro, d’argento e di bronzo; e una quasi incredibile quantità di piccole reliquie di terracotta, osso, vetro, smalto, piombo, avorio, bronzo, rame, stucco”.

Per ospitare le sculture di maggior prestigio rinvenute in quegli anni fu creata da Virgilio Vespignani, all’interno di un cortile scoperto del Palazzo dei Conservatori, la cosiddetta sala ottagona, un padiglione in legno dalle eleganti decorazioni, che fu inaugurato nel 1876, pochi anni dopo l’inizio degli scavi. Al momento della sua apertura la sala conteneva 133 statue ma, nei 27 anni della sua esistenza e fino alla demolizione nel 1903, il padiglione di Vespignani accolse un numero sempre maggiore di opere che venivano restaurate ed esposte man mano che i lavori di esplorazione procedevano e sempre nuove sculture venivano alla luce.

Nel 1903 il Museo del Palazzo dei Conservatori conquistò nuovi spazi adiacenti al giardino interno che aveva ospitato la sala ottagona ed un nuovo allestimento delle opere, suddivise secondo la loro provenienza, fu curato da Rodolfo Lanciani, grande personaggio dell’archeologia romana dell’epoca. Oggi molte di quelle opere tornano nelle stesse sale con un nuovo allestimento che mette in evidenza la preziosità dei marmi e la qualità artistica delle statue antiche rispettando, nello stesso tempo, le scelte museografiche di quella sistemazione.



Aggiungi un commento