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Boom di visitatori ai Musei Capitolini

Sarà stato merito dei mass-media che hanno pubblicizzato l’apertura della nuova Esedra che ospita il gruppo equestre del vero Marco Aurelio, ma l’ingresso dei visitatori ha registrato un aumento vertiginoso! Un boom record!
Del resto anche chi già conosceva i Musei Capitolini non si è voluto perdere le tante novità. Innanzi tutto c’è la curiosità di vedere di persona l’opera dell’architetto Carlo Aymonino: la struttura moderna progettata per l’esedra, una cupola a vetri, luminosissima, che tanto bene si armonizza con i reperti antichi. E poi c’è da vedere la bella statua di Ercole in bronzo dorato e parti della statua colossale di Costantino, ovviamente di dimensioni gigantesche, espressione comune alla megalomania dei potenti. E poi tantissime opere che furono dissotterrate durante gli scavi legati  all’intensa opera di urbanizzazione di Roma tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento, e che tornano alla luce in questo nuovo settore museale.

Opere meravigliose per ville lussuose
Alcune sale raccolgono le pregiate opere provenienti dagli Horti romani, i parchi che circondavano le lussuose ville degli antichi Romani e che rappresentano una tappa significativa nell’evoluzione dell’edilizia residenziale urbana. Infatti il dubbio che assale l’uomo d’oggi: “vivere in città o fuori di essa?”, fu anche dei nostri progenitori. All’inizio della storia dell’urbe ovviamente si ambiva possedere una domus in posizione centrale, mentre dal I sec. a.C. la vita caotica di Roma portò le più importanti famiglie romane a spostarsi su grandi proprietà ai margini del centro urbano, dove poterono conciliare la comodità della vicinanza ai centri di potere alla possibilità di godere d’ampi parchi, senza dover raggiungere per ottenere tale scopo, le lontane ville di campagna. Così intorno a Roma sorse una corona di splendide ville che costituirono una cintura verde intorno alla città densamente abitata, residenze davvero lussuose a giudicare dai reperti dissotterrati. Del resto i grandi parchi della Roma del seicento e del settecento altro non sono che i resti degli horti.

Ma la proclamazione di Roma a capitale d’Italia nel 1870 e  l’annessa esigenza di costruire quartieri residenziali per ospitare l’afflusso di nuovi cittadini, incrementò l’urbanizzazione di zone verdi come il Quirinale, il Viminale e l’Esquilino, con annessa esplorazione archeologica che portò alla luce migliaia di reperti archeologici, che furono restaurati e presentati al pubblico di allora. Oggi molte di quelle opere, veri capolavori, tornano in esposizione inserite in un nuovo allestimento per il piacere di goderne da parte dei visitatori di tutto il mondo, patrimonio romano e dell’intera umanità.

Sul Campidoglio il tempio di Giove
Dal basso della vallata, a noi uomini moderni, quel tempio imponente che si ergeva maestoso sul colle Capitolino, se non fosse stato spogliato fin dall’epoca rinascimentale ed inglobato in altri edifici, sarebbe potuto sembrare, per monumentalità, simile al Partenone che si ammira sull’Acropoli di Atene! Rimane invece soltanto un muro in blocchi di tufo!
Sul Campidoglio la tradizione voleva che sorgesse la mitica città di Saturno, dunque solo qui poteva sorgere il più importante e famoso edificio di Roma antica: un tempio dedicato alla triade Giove, Giunone, Minerva. Era stato voluto dal re Tarquinio Prisco e portato a termine da Tarquinio il Superbo, i due re etruschi, che con tale opera imponente (edificato ancor prima del Partenone) volevano dimostrare la forza del loro potere tirannico, che terminò con una “rivoluzione”, alla quale seguì il “governo repubblicano”, tanto vagheggiato nei secoli bui attraversati successivamente dalla nostra città. Un tempio gigantesco che misurava 62 metri di lunghezza e 54 di larghezza, per la cui edificazione, vista la rozzezza del popolo romano di allora, i re dovettero usare “manodopera qualificata” che veniva dall’Etruria, mentre come “forza bruta” si ingaggiò la plebe, che altrimenti risultava di peso per la città.

Il tempio, in cui erano conservati i libri sibillini (testi sacri scritti, dati dalla Sibilla Cumana al re Tarquinio, grazie i quali si poteva interpretare il presente in caso di necessità) nonostante i terribili incendi che lo devastarono,  conservò sempre il suo impianto, per il rispetto ai vincoli di carattere religioso (i vincoli esistevano già nell’antichità!) si limitarono soltanto a sostituire le decorazioni in bronzo e terracotta,  tipici dello stile etrusco, con marmi e materiali preziosi. Tutto è stato rubacchiato, durante il cinquecento, per costruire case e statue, fino ad arrivare addirittura all’asportazione dei blocchi delle fondazioni, utilizzati come materiale da cava per costruire gi edifici del colle e per farne pozzolana. Cosa è rimasto? Un muro di blocchi di tufo, che poggia ovviamente sul banco di tufo del colle e che è possibile vedere all’interno del percorso museale… e pensare che era un tempio ricordato dagli antichi scrittori proprio per la maestosità del suo impianto!

A parte l’emozione di vedere di persona un reperto così antico, di fronte a quell’unico muro sorge una domanda: ”Oggigiorno cosa preferiremmo vedere? Il maestoso tempio di Giove Capitolino (qualora non fosse stato demolito per asportazione di materiali) o l’attuale piazza michelangiolesca con gli annessi palazzi, sorti sul luogo e con i materiali del tempio di Giove? Insomma dobbiamo ringraziare o no le antiche famiglie romane che rubarono materiale dal tempio per costruire quella che è oggi la piazza del Campidoglio? A ognuno di voi la risposta.

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