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Villa Aldobrandini

Per chi viene da Roma, inerpicandosi sulla strada in salita, come arriva a Frascati, sulla piazza centrale, visibile a grande distanza, trova come centro dell’attenzione: Villa Aldobrandini, con la sua facciata a valle, alta sul fianco collinare ed anticipata dal lungo viale alberato, per antonomasia divenuta simbolo stesso di Frascati.

Perché una villa a Frascati
Per capire il perché i nobili romani costruirono le ville sui Castelli, da usare principalmente come residenza estiva, bisogna aprire la parentesi degli usi e costumi del tempo.
Gli aristocratici, che scendevano dal nord Europa, rimanevano meravigliati nel constatare come la nobiltà italiana avesse la tendenza a stabilire la residenza in città, e non in campagna, diversamente dalla consuetudine del mondo altolocato transalpino. Del resto questa era un’atavica abitudine italica, anche i patrizi romani amavano rimanere in città, con tutti i problemi di traffico e di rumore che ci potevano essere nell’Urbe, per seguire a diretto contatto la vita politica. Lo dicevamo nel numero di Ottobre 2004, che il massimo per i Romani dell’epoca era possedere una rus in urbe, cioè una villa in città circondata dal parco. Ma poi si sa il caldo estivo non scherza, per cui i più facoltosi finirono con il costruirsi le residenze estive sui colli romani, dove le temperature erano più miti (vedi Giugno 2004). Crollato l’impero romano le magnifiche ville tuscolane furono usate come materiale da costruzione, fino ad arrivare alla fine del Cinquecento, epoca in cui la nobiltà romana scelse di costruire fuori porta, proprio come accadde per villa Aldobrandini, messa a disposizione dal proprietario quale centro culturale per poeti, pittori e studiosi in genere, che venivano a Roma per scopi culturali e potevano trascorrere qui una fresca estate.

La casa
Diciamo brevemente che  Monsignor Alessandro Rufini costruì una villetta dove nell’antichità sorgeva la villa degli Ottavi, tra vari passaggi nel 1559, appartenne al medico Pier Antonio Contugi da Volterra, che l’appellò Belvedere, per la sua posizione dominante su Roma, i colli e il mare.
L’attuale villa venne edificata a partire dal 1598, quando papa Clemente VIII fece dono di tale proprietà al nipote, il cardinale Pietro Aldobrandini, che incaricò del progetto Giacomo Della Porta, il quale portò a termine nel 1602 i lavori (in pochissimi anni!), mentre al completamento del teatro d’acqua si succedettero Carlo Maderno e Giovanni Fontana, il massimo che allora offriva il mercato.Villa Aldobrandini rappresenta l’evoluzione di schemi rinascimentali agli albori del Barocco. Si esprime all’esterno, nella facciata anteriore, con un severo e lineare corpo unico, sormontato da un’altana centrale, il cui accesso era limitato al cardinale, che da tale luogo poteva controllare da una parte Roma, e dall’altra il giardino interno. A piano terra erano state collocate le due cucine, una per i nobili, l’altra per la servitù, segnalate all’esterno da due camini laterali in forma di torri-sfiatatoio; c’erano poi dispense e cantine. Nel primo piano erano stati progettati tre saloni, mentre al secondo e al terzo erano state sistemate le camere da letto. L’interno ha magnifiche sale decorate da stucchi e da dipinti degli Zuccai, del Cavalier d’Arpino e della scuola del Domenichino.

Il teatro delle acque: Paradiso di aria, di acqua, di vento
L’interesse maggiore della villa è dato dal parco, la cui parte più bella si estende in alto, alle spalle del palazzo. Ricordiamo che il gusto cinquecentesco non amava un paesaggio naturale, non costruito dalla ingegnosa laboriosità umana e il giardino all’italiana si era imposto in tutte le corti europee. Il territorio a verde doveva essere reinventato, riplasmato in senso artistico, godeva della zampillante presenza delle acque e di fontane, che erano il centro di un sistema di ricreazione. L’ordine disordinato voluto dai progettisti ricorreva pure alle grottesche e ad inaudite stravaganze, che dovevano incantare la vista con seduzioni visive e l’udito con meraviglie foniche, date dall’aria che veniva convogliata in stretti pertugi per emettere suoni ora paurosi, ora musicali.

Il mitologico, il fantastico, l’allegorico
Dietro al palazzo, addossato al colle, è il Teatro delle Acque. Composto da un vastissimo emiciclo, affiancato da due corpi rettilinei, presenta nicchie con colonne decorate con cariatidi e statue allegoriche; scenario completato dall’alto in basso dalla corsa spumeggiante dell’acqua, immancabile nei boschetti cinquecenteschi, che tuttavia provocava non pochi disagi alla popolazione locale che durante le feste rimaneva all’asciutto, tanto che si decise di dotare Frascati di due acquedotti.
Nel giardino, è svolto un ampio tema allegorico (la cui spiegazione ci viene data anche dalla “Relatione” scritta da monsignor Giovan Battista Agucchi, segretario del cardinale Pietro Aldobrandini) sfruttando i personaggi della mitologia greca e romana, che banditi dalla Cristianità come miti pagani, erano ritornati in auge dal Quattrocento con il rinnovato fervore nei confronti degli studi classici.
Ma vediamo quali personaggi sono stati scelti, per celebrare la famiglia Aldobrandini.
Nella nicchia centrale è situato  Atlante che sorregge il Mondo, raffigurazione allegorica di papa Clemente VIII. Per capire tale metafora bisogna pensare che la scelta iconografica risale alla fine del Cinquecento, secolo tormentato e travagliato per la Cristianità che aveva dovuto subire lo scacco del distacco di molte popolazioni d’Europa centro-nord, a causa della rinnovamento protestante di Martin Lutero, di Calvino e del re d’Inghilterra Enrico VIII. Alla Riforma Protestante era seguita la Controriforma (Concilio di Trento, del 1545) della Chiesa Cattolica, e quindi esattamente come il mondo era sulle spalle di Atlante, le sorti della Cristianità erano tutte sulle spalle del Papa, che ne sentiva faticosamente il peso.
Accanto all’Atlante, in atto di aiutarlo, era un Ercole, divinità romana che rappresentava la forza e l’abbondanza,  impersonificazione mitologica del cardinale nipote Pietro Aldobrandini, che si poneva al servizio del Papa.
Le Esperidi, figlie di Atlante, servivano a ricordare il loro mitico e favoloso giardino degli dei, posto ad Occidente, ai confini del mondo, là dove tramonta il Sole, luogo spesso associato al Regno dei Morti. Le Ninfe erano a guardia dei pomi d’oro, i frutti (simbolo della fecondità e dell’amore) che davano l’immortalità. In molti cercarono di impadronirsi dei “pomi d’oro” delle Esperidi, ma fu solo Ercole (il Cardinale) a riuscirci, con l’aiuto di Atlante (il Papa) riuscendo ad uccidere il drago (chi poteva essere il drago, in questo caso, se non il mondo protestante?).

Nelle nicchie di sinistra e di destra sono rispettivamente un Ciclope, mitico abitatore di grotte, dedito all’allevamento ovino (il gregge del Buon Pastore) ed un Centauro, metà uomo e metà cavallo; il più noto tra loro: Chitone, era famoso per la sua saggezza. Entrambi, per mezzo di congegni idraulici, davano l’illusione di suonare gli strumenti a fiato con effetti sorprendenti, allo scopo di stupire il visitatore!
Nel braccio laterale destro del teatro delle Acque si trova la stupenda Stanza di Apollo (1615-18), dove la mitologia si sposa con l’allegoria, esaltate entrambe dall’arte pittorica e musiva. Si voleva paragonare il colle di Frascati al Parnaso, riprodotto in miniatura nella stanza, monte sacro ad Apollo, il dio della poesia, della musica e della Luce, celebrazione del cardinale Aldobrandini. La montagna è dedicata anche alle Muse, ognuna delle quali simboleggia una diversa Arte, mezzi che coadiuvano l’uomo a conquistare la Saggezza, meta indispensabile per raggiungere la Verita’. Tutti i personaggi, compreso Pegaso, il cavallo alato, sono riprodotti in forma di statue di legno, allegramente dipinte. Per sbalordire erano stati  realizzati  congegni idraulici che permettevano a tutte le statuine del Parnaso di suonare i loro strumenti. Sulle pareti della stanza, entro cornici di stucco e sopra un alto e meraviglioso zoccolo di mosaico, sono gli affreschi con le “Dieci Storie di Apollo”, opera del Domenichino. Il pavimento, musivo, è ornato con arabeschi e con elementi dello stemma Aldobrandini; da un foro centrale usciva un potente getto d’aria che teneva costantemente sospesa una palla di rame: l’ingegneria meccanica al servizio dello stupefacente!

villa aldobrandini

Sopra il Teatro delle Acque, procedendo con l’occhio dal basso verso l’alto, si snoda la grande Scala d’Acqua, limitata da due colonne, simboleggianti le Colonne d’Ercole, sulle cui spirali l’acqua saliva a pressione per poi ridiscendere in basso. Secondo la leggenda erano state poste dall’eroe nello stretto di Gibilterra, per indicare che nessun navigante doveva recarsi oltre tali limiti, perché da lì iniziava il grande Oceano, luogo misterioso e periglioso. Nel giardino Aldobrandini i visitatori, che si fermano nel grande piazzale antistante l’emiciclo, sono impossibilitati ad andare oltre, a salire i gradini laterali della Scala ascendente che supera le colonne d’Ercole; solo con lo sguardo si può vedere l’acqua che scaturisce dalla Fonte e che scende fragorosamente fino al semiciclo.  Ma per gli Iniziati c’è un sentiero laterale da percorrere, attraverso il quale si può raggiungere la Sorgente, luogo di purezza. Il viottolo s’inerpica in salita attraversando un boschetto naturale (ricco d’acacia) che ci ricorda la selva oscura dantesca, simbolo dello smarrimento dell’uomo che si allontana dalla retta via. Ad un certo punto il percorso viene sbarrato da un Mostro dalle fauci aperte, un grande mascherone scolpito nella roccia, a similitudine di quello dei giardini di Bomarzo. Serviva ad incutere paura, soprattutto di notte, quando la luce era fioca e dalla cavea del mostro si diffondevano sinistri suoni. Era la prova di coraggio che si doveva superare: o si tornava in dietro a gambe levate, o si era in grado di proseguire il cammino verso la purificazione. Nella parte più alta del giardino, in asse alla Scala d’Acqua, vi sono una fontana rustica ed al culmine la Fontana dei Pastori.



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