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La spada nella roccia

Chi non conosce il racconto leggendario ed epico dei cavalieri della Tavola Rotonda, di Artù e della sua Spada Excalibur, che solo il re riesce ad estrarre dalla Roccia? Ebbene forse non tutti sanno che anche in Italia esiste una spada conficcata nella roccia e che forse la nostra storia precede quella Bretone, divenuta molto più famosa di quella italiana!
Se la si vuole vedere basta andare a Montesiepi, nei pressi di Siena, all’interno e al centro della chiesa chiamata la Rotonda, c’è veramente una spada d’epoca medioevale conficcata nella pietra, che emerge dalla pavimentazione. Roccia e spada sono custodite dentro una cupola trasparente di plexiglas, per proteggerle dagli atti vandalici.

La nostra spada è stata piantata lì da un personaggio veramente esistito tra il 1148 e il 1181, si tratta di Galgano Guidotti, nato a Chiusdino nei pressi di Siena, il quale da cavaliere in seguito ad una visione o sonno mistico cambiò totalmente vita, divenendo eremita e alla sua morte dopo un rapido processo di canonizzazione nel 1185 fu santificato.
Nonostante l’analogia, c’è una profonda differenza tra Artù e Galgano: quest’ultimo ripudia e seppellisce il proprio passato di combattente, trasformando la violenza in amore, nell’atto sacro in cui ripone la spada nella roccia per mai più usarla, essa diventa croce ed egli si dà a vita eremitica, fatta di preghiera e contemplazione; mentre Artù fu creduto ed acclamato re dei Bretoni perché era stato l’unico a saper “strappare” (al contrario di Galgano)  la spada dalla roccia e con tale gesto si mette a capo del suo popolo contro gli invasori Sassoni. Il re bretone rappresenta quindi un personaggio attivo e positivo, che sguaina la spada contro i nemici pagani, inserendosi  nel filone della tradizione cristiana che vedeva la spada come l’arma nobile che appartiene ai cavalieri, non solo uomini, basti pensare a Giovanna d’Arco.

Chi è Artù? Una leggenda che attinge alla realtà?

Tra le tante ipotesi c’è chi lo vuole di origine celtica, il nome stesso nella sua etimologia significa orso, simbolo di stabilità, forza e protezione e c’è chi crede che sia realmente esistito nella persona di Arturius, rappresentante locale dell’Impero Romano, del resto nei primi scritti si parla di Artù non appellandolo re, ma dux bellorum (condottiero di guerra). Ci piace pensare che sia stato un britoromano, comandante dell’ultima legione romana tagliata fuori durante la ritirata dal territorio inglese, un comandante che difendeva la popolazione autoctona dagli invasori!

Datazione della storia di Artù
Bisogna precisare che Artù è una figura leggendaria (mentre Galgano è realmente esistito e la sua spada è ancora visibile), in quanto non si sa di preciso chi sia e in quale epoca sia esistito. Tra tante teorie la più accreditata lo pone nel VI secolo, certo è che in tale periodo compare nella letteratura gaelica tale personaggio attinto dalla tradizione orale, e poi ancora nell’830 nella Historia Britonum di Nennio. Pare proprio che la storia di Artù, si sia andata ampliando negli anni, venendo incontro ai desideri “cortesi” del tempo. Tutto è presente: la lotta contro lo straniero, quella contro l’infedele, l’amore proibito di Lancillotto e Ginevra moglie di re Artù, e quello di Tristano ed Isotta moglie di re Marco, la componente magica di mago Merlino e fata Morgana che sembrano trarre linfa vitale dalla tradizione celtica, i nobili cavalieri della Tavola Tonda (tonda secondo l’uso celtico, in quanto in questo modo tutti i cavalieri intorno ad essa sono uguali) che andando alla ricerca del Graal, simboleggiano la ricerca della conoscenza, tanto difficile da raggiungere, al punto che solo Perceval o Parsifal riuscì in questa impresa, perché era l’unico puro di cuore.
Tuttavia bisogna dire che in letteratura il ciclo Bretone, contemporaneo a quello Carolingio, dilaga soprattutto nel XII secolo e pietra miliare è la Historia regum Britanniae del gallese Goffredo di Monmouth del 1135. Precisazioni forse noiose, ma che servono per collocare la figura di Artù, che sebbene leggendaria e non precisamente identificabile, tuttavia già esisteva in un periodo antecedente a Galgano, cosa che alcuni studiosi del santo preferiscono ignorare.
Negli anni immediatamente seguenti alla canonizzazione di San Galgano, in Europa si diffuse a macchia d’olio la saga epica bretone, che raccontava di alcuni cavalieri che avevano votato la loro vita alla ricerca del Graal. Precisamente tra il 1160 e il 1180 fu Chretien de Troyes che nel suo poema incompiuto Perceval  le Gallois ou le Conte du Graal introdusse il tema della ricerca del Graal, traendo spunto da un testo persiano, battezzò Camelot la reggia di re Artù, ed inventò alcuni protagonisti, tra cui Perceval e lo stesso Lancillotto. Pochi anni dopo, fra il 1210 e il 1220, il tedesco Wolfram von Eschenbach  dette alla materia un assetto organico e scrisse il Parsival, cavaliere il cui primato gli era conteso da un altro di nome Galvano, nipote di Artù, che aveva impressionanti analogie con Galgano di Montesiepi.

Veridicità storica di Galgano
Dopo aver indagato la veridicità storica di Artù, veniamo a quella di Galgano. Egli non fece in tempo a morire, che già nel 1185 fu indetto il processo per la sua santificazione, per volere della Chiesa. Durante l’udienza poté testimoniare perfino la madre ancora viva, il cui racconto fu stilato in una pergamena ritrovata e trascritta da un certo Sigismondo Tizio nel 1500. A questo punto sorgono spontanee le domande: Le parole della madre furono sue, o suggerite? La trascrizione fu fedele?

La via Francigena
Di fronte a storie analoghe, sorge spontanea la domanda: era possibile subito dopo il Mille una contaminazione di vicende tra l’Italia, la Francia e l’Inghilterra? Certamente si. E’ vero che non esistevano né i giornali, né la televisione, ma era il tempo dei grandi spostamenti motivati dalle Crociate per la liberazione del sepolcro di Cristo dai cosiddetti Infedeli e giustificati dai pellegrinaggi lungo la via Francigena verso Roma e Gerusalemme e verso Santiago de Compostella (Portogallo). Si coprivano a piedi lunghi percorsi, in cui le genti del nord venivano in contatto con quelle del sud, quelle di occidente con quelle di oriente, in questi incontri si comparavano stili di vita. Le storie  giravano per terra e per mare, infatti molti pellegrini, soprattutto al ritorno, preferivano accorciare la strada imbarcandosi in un porto italiano per arrivare in questo modo più celermente al nord, e tra questi non dobbiamo scordare che Pisa, vicinissima a Siena (luogo della nostra vicenda), era ancora una fiorente città  marinara ed i viandanti salpavano da qui per approdare in Francia evitando così di dover superare gli Appennini e le Alpi.
Dunque anche in tale epoca, in cui erroneamente si pensa ad una chiusura tra i popoli, c’era un gran spostamento di uomini e di idee.
Allora non può essere che i viandanti in terra di Toscana venuti a conoscenza delle gesta di Galgano le abbiano poi portate al nord, inserendo la storia della spada nella roccia nel mito di Artù proprio negli anni della sua massima divulgazione? L’enigma rimane aperto.

Indagini scientifiche
Svariati documenti antichi riportano la presenza della spada nella roccia italiana e ancora negli anni ’60 poteva essere sfilata dalla fessura nella quale era inserita, per cui in tali anni si pensò bene di versare del piombo fuso nell’ apertura nella quale stava, per evitare furti. Ma negli anni ’60 fu spezzata da un vandalo che tentò l’estrazione, credendosi un novello Artù. A questo punto fu fissata nuovamente nella roccia, ma nel 1991 avvenne un’ulteriore devastazione, alla quale è seguita la sistemazione che attualmente possiamo vedere.
Certo è che la realtà storica di San Galgano è rimasta sconosciuta ai più, mentre la leggenda di re Artù ha trovato ampia divulgazione. La primogenitura pare evidente si basa sulle date, pertanto nel 2001 è stata intrapresa un’indagine coordinata da diversi ricercatori di università italiane per ottenere dati certi sulla spada, la Rotonda, e le reliquie. L’esame per termoluminescenza della Rotonda ha retrodatato la costruzione, dando luogo ad un altro enigma. L’analisi del sottosuolo con il radar ha evidenziato la presenza della lama, spezzata in due parti a causa di atto vandalico, e comunque i bordi combaciano perfettamente, per cui la parte superiore è effettivamente porzione di quella inferiore. Naturalmente, per quanto riguarda la spada, non è possibile datare un metallo come si può fare con i laterizi ed i vetri con la Termoluminescenza e i reperti organici con il Carbonio, tuttavia è importante però sapere che la spada non è composta da leghe moderne e che per la sua forma è da considerarsi una spada medioevale.
L’unica reliquia attribuita a san Galgano, il cranio conservato nella chiesa di san Michele a Chiusdino si spera che in futuro possa essere concesso, per determinarne l’età storica.

Insomma una storia con molte ombre, in cui i significati simbolici sono evidenti. E’ l’epoca in cui Impero (Federico Barbarossa) e Papato si combattevano tra loro e lo stesso i loro alleati divisi tra Guelfi e Ghibellini, la guerra per il potere imperversava e forse tra un campione di militanza ed uno di pace, a soccombere è stato proprio Galgano, a vincere è stato Artù paladino della spada. La storia poco diffusa di Galgano, che eppure era tenuto così in considerazione da vivo che subito dopo la morte fu celermente santificato e che godeva dell’ala protettrice dei Cistercensi noti in Europa per rivestire un ruolo culturale fondamentale, tanto che costruirono la loro abbazia accanto alla Rotonda, evidenzia la perdita del valore del messaggio evangelico d’amore.
La società lo ha voluto dimenticare, forse da subito, per giustificarsi delle mille guerre sante e giuste, sia quelle dei popoli, sia quelle degli individui. Il mito che la gente ha preferito è stato quello di Artù e la spada diviene arma nobile e necessaria per raggiungere il fine.

tavola rotonda

La spada nella terra secondo i riti nomadi
Alcuni vedono in Artù un mitico personaggio dell’età del bronzo, in quanto credono che la spada nella roccia sia espressione di una metafora, infatti il ferro, che forgiato dall’uomo dà vita alla lama, viene estratto dalla roccia. Una consapevolezza che conservavano i popoli nomadi, come i Celti, che per dare vigoria alla propria arma la conficcavano nella terra per permetterle di rigenerarsi. Così come è ancora in uso fare con le pietre che vogliamo ricaricare di energia positiva.

La spada di Rocamadour in Francia
Anche a Rocamadour, in Francia, sul cammino che porta a Santiago de Compostella, si conserva una spada infissa nella roccia e secondo la credenza popolare dovrebbe essere la famosa Durlinda la mitica spada di Orlando, uno dei paladini di Carlo Magno (personaggio storico dell’ottocento). In realtà le informazioni su questa spada sono più tarde e rivelano analogie con quella di Galgano per forma e per valenza simbolica, in quanto legata al rifiuto della violenza.

Chiusdino: il paese natale di Galgano
Da non perdersi a Chiusdino, piacevole paesino toscano, la casa natale di Galgano, trasformata in chiesa, ricca di particolari alcuni elementi come il pavimento in bianco e nero e la volta dipinta con un bel cielo stellato.
Inoltre nella chiesa di san Michele è conservata reliquia del santo.

La Rotonda
Là dove forse sorgeva la capanna-chiesa circolare di Galgano, su un’altura rocciosa, è stata costruita la Rotonda, che al suo interno conserva la spada infissa nella roccia. La costruzione presenta dei fori praticati sulle pareti secondo precise geometrie astronomiche, che tempo permettendo, consentono al sole di filtrare all’interno delle diverse aperture, e di dare l’ora del giorno e l’evolvere delle stagioni, gli equinozi, i solstizi, fino ad arrivare ad illuminare la stessa spada. Interessanti sono pure gli affreschi del Lorenzetti.

L’Abbazia
Nei pressi della Rotonda sorse la grande Abbazia di San Galgano, che  fu realizzata tra il 1220 ed il 1268,  nel periodo in cui in Italia si fondevano lo stile Romanico con il nascente stile Gotico di importazione francese. Come si può vedere l’abbazia è integra nei muri portanti, mentre è mancante del tetto. Nel suggestivo interno, in cui la superba possanza delle strutture architettoniche si armonizza con il pavimento di nuda terra e il cielo, si tengono attività culturali varie tra cui i concerti. Non deve meravigliare l’impatto emotivo che suscita, in quanto era l’epoca in cui, per scegliere il luogo dove alzare una cattedrale e disporne l’orientamento, si eseguivano determinati riti che affondavano le radici fino all’antica cultura egizia ed orientale. E seguendo una tradizione orale, i Maestri d’Opera tiravano su la materia, pietra dopo pietra, edificando un Tempio in cui i numeri, la geometria e la musica del microcosmo terreno erano in simbiosi  d’armonia con il macrocosmo.

Il pozzo
Il pozzo è sempre presente, in genere si trova al centro dell’oratorio, più raramente all’interno della stessa chiesa o della cripta. La presenza non è legata unicamente al valore di uso quotidiano dell’acqua, ma al significato esoterico che assumeva la falda acquifera contenuta all’interno della terra, essa simboleggiava uno dei segni premonitori che giustificavano la nascita di un tempio, rappresentava il collegamento sacro e purificatore delle viscere della terra con il macrocosmo.



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