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Andar per funghi

“Allora…ciao, ci vediamo. Magari a fine settimana….tu cosa fai?”
Ecco la domanda fatidica, me l’aspettavo già da un po’: ingenua quanto basta nella sua subdola insistenza sottile da “fungaiolo della domenica”, sempre alla ricerca di un posto mitico, del Paese di Bengodi ( pardon, del Tantoraccogli ).
Io cincischio qualche frase vaga, ben conscia del fatto che nessuno sa leggere il pensiero. Lascio in sospeso una risposta definita, sospiro un improbabile impegno di famiglia, di quelli improrogabilmente noiosi quanto ineluttabili.

Ma “colui” insiste prodigo di affettuosa amicizia. “Mica starai da sola?!”
Il sospetto che, in fin dei conti, se non proprio i pensieri definiti (virgole comprese) siano leggibili negli occhi, ma – quantomeno – chi è sulla strada della “ricerca” possa tuttavia intuire la Verità, si fa strada nel mio cervello, perché “quello” continua ad insistere. “Dai, lascia stare i parenti, prenditi qualche ora bella…ma tu non vai SEMPRE SU?!”
Acci… ci siamo. Alla fine l’amico è arrivato al nocciolo del problema, ha svelato se stesso, si è dichiarato!

Mi stringo nelle spalle, sospiro e, poi, capitolo un “vabbè, ma guarda che da me si sta scomodi e poi io quando sto “SU” mi alzo che è ancora notte… se trovo, vado avanti e se non trovo, pure… insomma io vado “SU”, ma poi a casa non ci sto MAI”.
“Appunto ! – ribatte l’infame – è proprio quello che cerco io, natura, silenzio, aria sana, una bella camminata senza impegno. Dai, è fatta. Vengo con te così parliamo pure e, poi, lì “SU” non ci sono mai stato. Passo a prenderti IO, venerdì dopo l’ufficio”.
Venerdì, ore 17,30, Autostrada Roma-Civitavecchia – casello d’uscita S.Severa.
Dopo il breve tratto in rettilineo cominciano le curve leggere della salita, il sentore e le promesse del primo autunno sono nell’aria all’improvviso diversa. Ad ogni tornante i colori più intensi, i rossi e gli infiniti toni dei gialli macchiano il verde scuro delle colline di lecci. Nel tramonto altissimi voli…” ma quelli sono falchi?!”
Già, i Pecchiaioli che qui sono diventati stanziali da anni, sopra la valle stanno insegnando le correnti del volo all’ultima nidiata.
Proseguiamo a salire, più lentamente: chi fa questa strada per la prima volta s’incanta (chi come me la fa da una vita, invece, ogni volta se ne strugge e se ne innamora). A cinque minuti dall’autostrada siamo  già lontani da tutto e il silenzio entra dai finestrini aperti, mentre l’aria sempre più azzurra e frizzante porta profumi puliti e un raglio sonoro e lontano.

Ancora un quarto d’ora di silenzio, di soste per far passare una mucca o due manzetti e 22 chilometri dopo, all’improvviso, oltre l’ennesima curva (non le ho mai contate, ma ne valgono tutte la pena) in alto, appena spostata sulla destra, nell’ultima luce appare la Rocca dei Frangipane di Tolfa.
“Siamo arrivati?”
“No. Dobbiamo andare oltre, passare il paese, la chiesa di Cibona, la Faggeta. Lo sai che sto ad Allumiere”.
“Ma IO la voglio veder da vicino!”
“Senti, io vengo SU per altri motivi. Facciamo così: tu, domani, mi lasci al bosco di…(non v’illudete, non ve lo dirò mai!!!), poi te ne vai a vedere tutti i ruderi e i cocci che ti pare”.
“Ah no! Io quassù ci sono venuto apposta…”
“Ma il Tesserino ce l’hai?” Ultimo meschino tentativo di liberarmi di lui, per immergermi solitaria nella vita dei “miei” boschi. Tentativo meschino, vi dicevo, quanto inutile: naturalmente ce l’ha.
Prima dell’alba rimugino di portarlo in zona neutra: anche quassù ci sono posti in cui gli unici funghi che trovi sono “scrausi” e senza valore. Ma l’onestà e, soprattutto, la voglia personale di trovare qualcosa di buono prevalgono sull’egoismo perfido del cercatore accanito, così cestini e bastone alla mano, nella prima luce dell’alba, attraversiamo una sfilaccia di nuvola bassa e risaliamo un tratturo spinoso che dalla macchia mediterranea ci inoltra dai rossi corbezzoli fino ai castagni ed alle prime sughere.
L’amico, fino  allora garrulo come rondine chiacchierina, d’improvviso tace.
Abituarsi alla luce del Bosco a quest’ora è una bell’ impresa. Ma, evidentemente la “bestia è di razza” perché, con puro istinto, si ferma, odora l’aria a 360° poi parte, lento e sicuro a testa bassa senza neanche dirmi ciao o controllare che io lo stia seguendo! Ogni tanto si ferma, studia il terreno, riparte per tre metri, si china, armeggia leggero fra le foglie a terra, con tenera delicatezza infila “qualcosa” nel cesto e riparte….

Va bene essere ospitali, ma il primo porcino doveva proprio trovarlo lui?!
Io continuo a corretta distanza, tre mazze di tamburo, un pinerolo, un agarico, alcuni  gentili e leggeri lutescens, una foglia rossa stupenda, un sasso di quarzo, un porcino vero (!), ciclamini selvatici.
Al ritorno il mio cesto assomiglia all’inventario di un bosco colorato, il SUO è un trionfo di funghi degni di tale nome.
L’invidia mi sussurra di non cucinarglieli, ma il buon senso, l’aria d’autunno ed un sano appetito mi riconducono a migliori propositi. Domani è domenica: lo porterò in gita turistico-culturale fra rocche fantasma e antiche cave.
I resti dell’abbazia templare di Piantangeli ci aspettano e, forse, lì l’Ombra di un Cavaliere antico saprà vendicarmi.

funghi



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