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Ponte Emilio: il Ponte Rotto

Sta lì nel cuore di Roma, languido, a parlare di un’epoca che fu, e con l’arco proteso verso l’opposte rive, nel mezzo del caotico traffico cittadino, pare che il passato tenda una mano al futuro…
Secondo ponte di Roma, costruito in muratura, in epoca papale ha messo a dura prova gli ingegneri a causa delle straboccanti e rovinose piene del Tevere, sicché tra illazioni ed imperizie ha finito con il crollare!

Ho già parlato di Ponte Sublicio, con il quale la città aveva finalmente unito le due sponde, senza dover ricorrere all’uso del traghetto. Avevamo anche sottolineato come il carattere religioso di questo primo ponte avesse imposto la costruzione solo con il legname (ragione per cui è scomparso), ma la crescita della città, già dal III sec. a.C. impose di dotare Roma di un ponte che potesse resistere alle piene del fiume e sostenere il passaggio di carichi di ogni tipo, come ad esempio il materiale da costruzione che veniva dalle cave di tufo di Monteverde.
Il nuovo ponte, in muratura, fu eretto non troppo distante da ponte Sublicio, ormai ridotto a reliquia religiosa, per collegare ugualmente il Foro Boario (Forum Boarium o Bovarium, dove si teneva il mercato del bestiame) e Trastevere.
La data di costruzione del 179 a.C. probabilmente va retrodatata al 241, con la costruzione dei soli piloni in pietra. In ogni caso fu costruito o ricostruito sotto la direzione di un esponente della gente Emilia, da cui trae il nome. E’ comunque certo che nel 142 a.C. vennero realizzate le arcate in muratura (i Romani nel frattempo erano divenuti abili costruttori impiegando l’arco come elemento strutturale) dopo che una tempesta aveva rovesciato nel Tevere le colonne ed il tetto che coprivano il ponte.

Per capire il ruolo che rivestiva nella vita di tutti i giorni, basta pensare ad una satira del poeta Giovenale, che consiglia all’amico Postumio, che stava per sposarsi, di gettarsi senza indugi dal ponte Emilio, piuttosto che prender moglie!
E il forte ponte in muratura proseguì, per secoli, ad accogliere l’andirivieni di genti e merci; sopravvivendo al crollo dell’impero romano, vide le orde barbariche funestare la città e tutti quei pellegrini, poveri e nobili, che nel periodo medioevale affluivano nella Città Santa in occasione del Giubileo, fino a che nella piena del 1230 (sicuramente la peggiore che la città ha subito per danni ed elevato numero di morti) venne seriamente compromessa la sua stabilità, tanto che papa Gregorio IX dovette rimediare con dei restauri, e come segno dei tempi fece costruire verso il centro della struttura una piccola cappella dedicata alla Vergine.

La situazione stava divenendo sempre più critica, sicuramente a causa dei numerosi mulini che, presenti in gran numero in questo punto del Tevere, non solo restringevano il letto del fiume, ma nei momenti di piena, divelti dalla loro sede, venivano strappati dalla furia delle acque e, trascinati nel vortice impetuoso, andando a colpire ogni cosa si parava loro dinnanzi.
E ancora servono altri restauri, uno in seguito allo straripamento del 1422, un altro in previsione del giubileo del 1450. Poi verso la metà del ‘500, per rinforzare il secondo pilone verso il Palatino, punto debole dell’intera struttura, si dette l’incarico inizialmente al grande Michelangelo, ma poi i lavori furono condotti dall’architetto Giovanni Lippi e il motivo del cambio di persona si deduce dallo scritto di Giorgio Vasari: “…affermava ( Lippi) che con poco tempo e poca somma di danari si sarebbe finito (il ponte)…per isgravar Michelagnolo, perché era vecchio e che non se ne curava” prosegue riferendosi al Lippi: “il quale non attese a quelle fortificazioni come era necessario a rifondarlo, ma lo scaricò di peso per vendere gran numero di travertini, di che era rinfiancato e solicato (lastricato) anticamente il ponte,…ma indebolito totalmente e tutto assottigliato, seguì da poi, cinque anni dopo che, venendo la piena del diluvio l’anno 1557, esso rovinò”.

Michelangelo passando sul ponte insieme al Vasari pare che così si esprimesse: “Giorgio questo ponte ci trema sotto; sollecitiamo il cavalcare, che non rovini in mentre ci siam su”.
Il crollo del pilone restaurato e dei due archi corrispondenti aprì un’inchiesta per la sottrazione dei travertini.
Ma il ponte, proprio lì in quel punto del fiume era necessario! Allora si approntò un macchinario di legno che sorreggeva con delle funi delle assi utilizzate per ripristinare la parte crollata, ma a causa del troppo peso i tiranti cedettero e tutto rovinò nel fiume…
Ancora è l’avvicinarsi del giubileo a rifare, come sempre, il look alla città! Il ponte andava ricostruito in pietra, si riuscì a convincere il papa, ma l’epigrafe collocata in situ ricorda con orgoglio come il ripristino fosse opera del Comune di Roma che: “nell’anno giubilare del 1575 restituì alla primitiva fortezza e bellezza il ponte Senatorio” e scomparve l’intitolazione alla Vergine Maria.
Nel 1596, sotto la pavimentazione furono perfino fatte passare le condutture per l’alimentazione idrica di Trastevere, in occasione del ripristino dell’antico acquedotto Alessandrino, chiamato poi Felice dal nome di papa Sisto V Felice Peretti.

Ed arriviamo al 24 dicembre del 1598, è la vigilia di Natale, ma questa fu una tragica ricorrenza per tutti i Romani che furono colpiti dalla piena, tra le più disastrose che la città abbia conosciuto dall’antichità, non fosse altro perché avvenne in una giornata di festa: le acque del Tevere portarono via metà del ponte, distruggendo la parte che lo collegava all’altra riva!
Nessun papa volle più saperne di ricostruirlo! E così divenne “il Ponte Rotto”, tristemente aggrappato ad una sola sponda, immortalato in stampe e souvenir all’epoca del Grand Tour.

Per più di due secoli seguirà una storia ingloriosa, infatti fu affittato come stenditoio ad alcuni conciatori di pelle e nel 1840 vi ha trovato posto una fabbrica di saponi. Ma dopo un decennio, nel 1853 si costruì una passerella metallica che lo riunì alla riva e lo rendeva nuovamente transitabile! Durò pochi anni fino al 1888, quando, con l’Unità d’Italia, divenuta Roma capitale, si decise la costruzione del nuovo ponte Palatino e di arginare il Tevere per porre fine ai continui, sciagurati straripamenti. Con l’occasione il vecchio ponte Emilio fu ulteriormente tagliato perché intralciava la corrente del fiume. Gli archeologi dell’epoca che si battevano per conservare quello che rimaneva del secondo ponte di Roma, in realtà l’unico visibile, in quanto l’altro era stato costruito con il legno, ottennero fortunatamente che si lasciasse in piedi un unico arco, visibile ancora ai giorni nostri…
…un arco di ponte che non è solo blocchi di peperino e copertura di travertino, ma è simbolo di unione tra gli abitanti di due sponde, ed oggi tra passato e presente!

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