Informativa Cookie

Casa Editrice Online

La donna nell’antichità greca e romana

Ripercorrere la storia delle donne nell’antichità greco-romana, in quello che è la nostra matrice culturale, non rappresenta una semplice curiosità, la storia serve per comprendere matrici e cause che hanno impedito alle donne di essere titolari di diritti soggettivi e di esercitarli.

Il Matriarcato
Quando il mondo era al femminile

Nell’area culturale a cui apparteniamo, cioè in Europa tra il 7000 e il 3500 a.C. secondo l’ipotesi dell’archeologa Maria Gimbutas, esisteva una società diversa dal matriarcato sostenuto da Banchofen, ma molto simile, visto che le donne vi avrebbero svolto un ruolo dominante come sacerdotesse o capi clan e la vita, non solo umana ma dell’intero cosmo, sarebbe stata governata da una Grande Dea, la Potnia, simbolo della nascita, della morte e del rinnovamento. L’immortalità, ricercata dall’uomo di tutti i tempi, dunque era assicurata dalle forze innate di rigenerazione della Natura stessa. Per cui definire la Grande Dea con l’appellativo di Grande Madre, è riduttivo, in quanto la fertilità era solo una delle molte funzioni della Dea, perché la fecondità divenne un interesse ed una preoccupazione solo successivamente, nell’epoca in cui si è cominciato a produrre cibo. La Dea Uccello, Serpente, Rana, Pesce o Porcospino, incarnava i poteri di trasformazione, che sono di gran lunga superiori a quelli connessi alla fertilità e alla sessualità. Il potenziale di nascita e crescita era visto in tutto il creato: la gestazione di una donna era sacra quanto quella della terra prima della fioritura primaverile, o di un animale o di un monte.
Ci viene da pensare che nei primordi dell’umanità si arrivò a divinizzare al femminile, in quanto la Terra, con i suoi esseri (animali, piante ed elementi ) appariva riprodursi grazie all’elemento femminile!
Per gli archeologi la cultura della Grande Madre non è ipotesi, ma una realtà storica abbondantemente documentata. Ma ad un certo punto subentrarono divinità maschili, il culto della Potnia è schiacciato da quello degli Dei guerrieri, in coerenza con il carattere militare della società micenea, che non poteva di certo essere affidato alle donne, limitate dal loro compito riproduttivo.

Infatti il passaggio alla cultura patriarcale e il declino del senso dell’umano e del sacro insito nella donna non inizia quando l’uomo primitivo si accorge che nella nascita di un nuovo essere è parte in causa, non nasce perché l’uomo che va a caccia si sente importante per il sostentamento della sua famiglia, poiché in contemporanea grazie alla donna si viveva di caccia, di raccolta e di una primitiva agricoltura di cui le femmine erano detentrici, come pure dell’arte della tessitura; la superiorità maschile inizia poco a poco passando dalla vita nomade a quella stanziale, quando si comincia a lottare tra villaggi per il possesso di nuove terre e ricchezze, è allora che divengono importanti i maschi valorosi e tra loro quelli più forti, sono loro che assicurano la vita e la sopravvivenza dell’intera struttura sociale e la donna, poco a poco e sempre più, viene relegata in un ruolo di riproduttrice. Certamente ci fu un periodo di passaggio, per cui sulle prime le donne godettero ancora dei benefici vissuti durante la civiltà minoica (Creta), come la partecipazione alle funzioni sociali e religiose, anche se già venivano escluse dall’amministrazione dei beni.
Tuttavia molti sono ancora i dubbi irrisolti, ad esempio come fecero grandi civiltà tipo l’egiziana e l’etrusca ad espandersi militarmente senza intaccare il ruolo ed il prestigio della donna che pure non partecipava all’attività bellica?

Nell’antica Grecia
Perchè parlare della civiltà greca? I Greci ci sono più vicini di quello che si può pensare, in quanto hanno conquistato (e quindi portato la loro cultura) l’Italia meridionale, denominata Magna Grecia, arrivando ad influenzare la stessa nascente cultura romana, stretta tra gli Etruschi al centro nord e appunto i Greci al centro sud.
Nella cultura che abbiamo ereditato, il problema della paternità dei figli non era cosa da poco, non per niente il filosofo greco Platone da alcuni additato come un femminista, era per l’abolizione della proprietà e della famiglia, in quanto istituzione in cui si accumula ricchezza privata; secondo lui le donne dovevano essere comuni a tutti, affinché i figli fossero di tutti. In questo modo l’elemento femminile della città, liberato dal ruolo familiare che ne creava la subalternità, poteva e doveva cooperare insieme agli uomini alla gestione della politica.
Più le guerre divennero impegnative, più ci si allontanava per lunghi periodi (pensiamo ad esempio alla mitica guerra di Troia durata dieci anni) e più l’uomo volle essere certo che la propria donna avrebbe concepito solo il frutto del suo seme; diviene tristemente consequenziale il successivo passaggio all’esclusione totale della donna dal potere politico (Penelope, moglie di Ulisse, è costretta ad andare nuovamente in sposa perché non può detenere nelle sue mani il potere di Itaca), dalla partecipazione alla vita pubblica, dalla libertà ad uscire di casa all’isolamento della donna, adibita solo a far figli, nelle zone più appartate dell’abitazione, il gineceo. E la donna imprigionata in casa diviene perfida e ricorre al sotterfugio, ed è rappresentata dalla penna dello scrittore Esiodo come Pandora “L’inganno al quale non si sfugge”, mandata da Zeus sulla Terra per punire gli uomini!
E Semoniade dice: “Il più gran male che Dio fece è questo: le donne”.

L’esposizione delle neonate
Per meglio comprendere quale fosse l’apprezzamento di cui godevano le donne in età classica (ricordiamo che erano considerati cittadini erano solamente coloro che erano in grado di difendere in armi la città!), basta pensare all’abitudine all’esposizione, cioè all’abbandono dei neonati in una pentola di coccio, usanza che le leggi consentivano, e la coscienza sociale accettava senza problemi e come scrive in proposito Posidippo: “Un figlio maschio lo alleva chi è povero, ma una femmina la espone anche chi è ricco”. E questo perché non erano un buon investimento, infatti dopo essere costate per allevarle, quando finalmente diventavano produttive, lasciavano la casa d’origine per andare spose (intorno ai quattordici anni con un uomo che si avvicinava alla trentina) e bisognava dar loro anche una dote, in quanto uscivano fuori dal gruppo familiare e nulla avevano più a pretendere dell’eredità paterna. In verità alcuni hanno visto in ciò un modo per regolare le nascite, onde impedire che ci fossero più donne che uomini, destinate dunque a restare nubili, in tal caso tuttavia al padre rimaneva un’ultima possibilità, quella di vendere la figlia come schiava!

Padre padrone
E’ il padre che decide il fidanzato della figlia, che poi diverrà successivo marito e sempre il padre può far divorziare la figlia per riprendersi la dote!
Ma come viveva la donna nella casa paterna? Purtroppo non riceveva educazione, né a scuola dove non andava, né a casa, allevata in caso di famiglie benestanti dalle schiave che le insegnavano unicamente ad imparare i lavori femminili. Una volta sposata viveva nella parte interna della casa, dove gli uomini non avevano accesso, non poteva partecipare ai banchetti (solo ad alcune cerimonie pubbliche) e perfino le compere venivano fatte dagli uomini. Sicuramente a quei tempi stava meglio la donna delle classi povere che se abitava in città andava al mercato a vendere o a comprare, e se stava in campagna andava a lavorare la terra e quindi vedeva altra gente! Dunque le donne greche di classe alta o media non solo erano relegate in casa, ma non avevano neanche la gioia di un rapporto esclusivo con il marito, in quanto molto spesso questi aveva una relazione con un uomo (costume molto diffuso) o con altre donne, socialmente e giuridicamente riconosciute; inoltre il marito poteva ricorrere al ripudio quando lo desiderava, senza giustificazione, ovviamente in tale caso doveva restituire la dote che rappresentava la sussistenza della donna. Tuttavia la separazione poteva avvenire anche per colpa della donna, per abbandono di tetto coniugale, ma tale pratica, seppure consentita dalla legge, era ovviamente biasimata ed ostacolata. Infine, quasi sempre per ragioni patrimoniali, il padre poteva decidere di interrompere in qualunque momento il matrimonio della figlia, sempre che non aveva dato alla luce un figlio, perché allora entrava a far parte in modo irreversibile del nuovo nucleo familiare.

L’ereditiera
Ma quando non esistevano discendenti maschi ai quali trasmettere il patrimonio familiare cosa accadeva?
L’interesse dei parenti era che l’ereditiera ricca non sposasse un estraneo, era praticamente costretta a sposare il parente più stretto, a colui che tra i tanti litiganti dimosrava di esserlo!
Ma se morto il padre si rimaneva ereditiera povera? La legge di Solone in questo caso veniva incontro alla donna che senza dote rischiava di non trovare marito, praticamente veniva obbligato il parente più stretto, se non voleva sposarla, a fornirla di dote.
E Solone si occupò anche della ricca che una volta che aveva dato un figlio al marito finiva con l’essere ignorata, ebbene la legge obbligava lo sposo ad avere con lei almeno tre rapporti sessuali al mese!

Moglie, concubina, etéra
Dice Demostene che l’uomo ateniese poteva avere tre mogli: la moglie per avere figli legittimi, la concubina (accolta a volte nella casa coniugale) per avere rapporti stabili, ed infine l’etéra per il piacere.
Il rapporto con la concubina, che sostanzialmente svolgeva un ruolo (diritti-doveri) identico a quello della moglie, era regolamentato dalla legge e perfino i figli che nascevano da tale unione avevano diritti successori, seppur subordinati a quelli dei figli legittimi. Però bisogna specificare che il diritto ateniese non autorizzava la bigamia, ma secondo Diogene nasceva a causa della scarsità di uomini, probabilmente decimati in battaglia.
Un discorso a parte merita l’etéra, il cui significato è “compagna”: più educata della donna destinata al matrimonio, era destinata ad accompagnare l’uomo nei luoghi nei quali moglie e concubina non potevano seguirlo, praticamente servivano a rallegrare le attività sociali, gli incontri tra amici, le discussioni, quindi diversa dalla moglie-concubina e dalla prostituta, poteva anche tra loro esserci rapporto sessuale non occasionale.

La prostituta
La prostituta era nella maggior parte dei casi di condizione servile, ma poteva anche essere nata libera, ma “esposta” dal padre, e poi raccolta da qualcuno che l’aveva allevata per avviarla alla prostituzione. L’attività, sebbene considerata riprovevole, non era vietata dalla legge (mentre la prostituzione maschile era considerata reato), che fissava il limite massimo della tariffa e l’imposta sul reddito. Oltre a quelle che si davano per le strade e i bordelli c’erano le prostitute sacre, che dopo essere state consacrate alla divinità, si vendevano ai pellegrini, devolvendo i guadagni al tempio, presso cui stavano.

Sedotta più che adultera
Il cosiddetto “delitto d’onore”, non punibile dalla legge e presente fino all’altro secolo nella nostra cultura, trova radici antiche, infatti nella civiltà classica non poteva essere punito chi (moichos) decideva di uccidere l’uomo sorpreso, in casa sua, ad intrattenere rapporti con la propria moglie, concubina, madre, figlia, o sorella, sempre che il moichos non avesse offerto un riscatto, la cui accettazione era lasciata alla discrezionalità dell’offeso. In tutto ciò non si allude alla possibilità di uccidere la donna, che al massimo poteva essere ripudiata se sposata, in quanto la donna che tradiva il marito veniva considerata sedotta più che adultera, non era quindi considerata un essere pensante libero di prendere le proprie decisioni e di assumersi le proprie responsabilità.

Omossessualità femminile
Sull’amore tra donne ci sono meno fonti rispetto a quello maschile, che era diffuso e trovava la sua sublimazione come parte integrante del rapporto pedagogico tra adolescente ed adulto (invece era visto malamente quello tra due uomini adulti), in quanto i giovani Greci apprendevano dall’adulto le virtù virili. Il rapporto omosessuale (fatto di libera scelta e ovviamente senza remunerazione) è dunque quello in cui l’uomo greco esprime la sua parte migliore, l’intelligenza, l’affettività a livello più alto.
Riguardo alle donne non è chiaro se si trattasse di un rapporto culturale od individuale. Plutarco dice che a Sparta le donne migliori amavano le ragazze. Saffo, maestra del suo tiaso (collegio per ragazze di buona famiglia, che andranno spose, dove imparavano musica, canto, danza, le armi per farsi belle e sedurre) canta il suo amore per le allieve.
L’amore che dà angoscia è quello omosessuale. Quanto questo sia generalizzato per la donna non si può dire, forse le donne cercarono e ricevettero dal loro sesso quello che la segregazione e la monogamia impedivano che prendessero dagli uomini: l’amore!

donna greca

Le donne e i filosofi
Prima di Platone un altro filosofo si era interrogato sul motivo della inferiorità dell’essere femminile dei suoi tempi, era Socrate, che affiancato dalla saggia compagna Aspasia, si era convinto che tutti i mali nascevano dalla mancanza di educazione e riteneva che per le donne fosse possibile una realizzazione personale ed intellettuale, non solo legata a quella della maternità.
Ma subito dopo il grande catalogatore dell’antichità Aristotele, stabilì che l’uomo è forma e spirito, attivo e creativo, mentre la donna è unicamente materia, atta a procreare. Con lui l’idea della superiorità maschile fu tristemente dogmatizzata e rimarrà in essere per tantissimi secoli.
Forse quelle donne ridotte alla sola procreazione senza la possibilità di godere della vita sociale, dello scambio di pensiero, dei benefici della cultura, forse, relegate dentro casa, saranno state simili agli animali, peggio degli animali rinchiusi in gabbia, forse in loro ci sarà stato ben poco di quella scintilla divina che in precedenza brillava, forse è vano cercare in queste donne, definite dai loro uomini “l’ambiguo malanno”, il sacro che c’è in ogni essere umano; sicuramente avranno vissuto meglio quelle donne povere che erano costrette per bisogno a lavorare fuori casa, avendo così contatti con i propri simili, con il mondo!
Le acque venivano ogni tanto smosse dai filosofi, come Antistene, fondatore della scuola cinica, che sosteneva che uomo e donna avevano “la stessa virtù”, e poi segue Diogene, Epicureo, Pitagora, nel cui circolo erano ammesse pure le donne, ma nel contempo che si disquisiva, le donne della cultura ateniese facevano o le mogli, o le concubine o le etére; senza diritti civili e politici erano equiparate agli schiavi, che al tempo erano considerati proprietà del padrone alla stessa stregua di un animale o di un albero, comunque erano meno preferite di una relazione omosessuale, che all’epoca era considerata privilegiata e nobile, in quanto non si limitava alla sfera sessuale, ma si estendeva ad un rapporto d’intesa intellettuale (che è un bene sempre cercato dall’umanità), e la ricchezza di spirito la donna proprio non poteva offrirla al proprio uomo, perché era allevata senza cultura.
Soprattutto le si insegnava che doveva star zitta.

Ma siccome le eccezioni ci sono sempre, allora le donne brillavano come astro fulgido nel cielo, esempio storico è la poetessa Saffo, attiva nell’isola di Lesbo. A Sparta (allevate a vivere fuori casa, a frequentare stadi e palestre, di costumi sessuali liberi, esprimevano, inoltre, una grande autorità su mariti e figli) e in Asia Minore la situazione è diversa rispetto ad Atene. Donne fortunate perché appartenenti ad una classe agiata intervennero da protagoniste nel mondo intellettuale, dimostrando intelligenza, sensibilità e creatività, quel soffio divino che è in ogni creatura umana. Insomma in quei rari casi in cui alla donna fu offerta la possibilità d’acculturarsi poté dimostrare le proprie capacità intellettive, ma soprattutto la vibrazione dell’animo umano, che è amore.



Discussione

  •     giulia   -  

    grazie mille non sapevo cosa scrivere per il tema di domani.

  •     giulia   -  

    era molto bello.

  •     Roberto   -  

    troppo scritto mi serviva qualcosa di + sintetico

  •     gaia   -  

    E’ molto lungo e sono riuscita a scrivere quello che mi serviva, grazie per l’aiuto.

  •     Daniele28   -  

    ma io non ho capito qual è quella romana e quella greca

Aggiungi un commento