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Storia del Vetro

L’invenzione del vetro
Era sera e quei mercanti fenici avevano deciso d’accamparsi per trascorrere la notte, presso le rive del fiume Belo. Come consuetudine accesero il fuoco per cucinare quell’unico pasto caldo della giornata, per scaldarsi in circolo intorno alla fiamma volteggiante che rischiarava il buio della notte, per proteggersi dagli animali feroci e per dar voce, prima del sonno, a storie e favoleggiamenti che passavano di bocca in bocca… quindi non trovando pietre per posare i loro paioli, usarono i blocchi di salnitro che costituivano il carico della loro mercanzia, ma a causa del calore del fuoco, il salnitro cominciò a fondersi combinandosi con la sabbia silicea del luogo e originando, tra la meraviglia di tutti, una sostanza dapprima liquida ed incandescente che poi, raffreddandosi, divenne trasparente come il cielo ed il mare: il vetro.

vetro

E’ questa una leggenda tramandata oralmente, che trovò collocamento nella Naturalis historia dello studioso romano Plinio il Vecchio, secondo il quale la nascita del vetro fu un avvenimento casuale, storia alla quale credere in quanto alla sua epoca (79 d.C.) l’industria vetraria (che fino ad allora non conosceva con esattezza l’importanza di utilizzare determinati componenti) faceva ancora uso delle sabbie silicee provenienti dalle rive del fiume Belo (un modesto corso d’acqua che sfocia nel Mediterraneo a nord di Haifa, in Israele), e venute da poche altre località adatte a compiere l’incomparabile trasformazione alchemica: la produzione di vetro.

Ai Fenici, navigatori e mercanti, spetta sicuramente il ruolo di diffusione dei prodotti vetrosi, ma probabilmente la scoperta del vetro è ben più antica e c’è chi sostiene che sia stato inizialmente prodotto in Mesopotamia (4000 anni a.C.).
Infine le prime testimonianze storicamente valide (documenti firmati dal faraone Amenofi I ) risalgono al 1550 a.C. ed attestano non solo la nascita del vetro, ma anche la diffusione dell’arte vetraria nel bacino del Mediterraneo.

L’invenzione romana della soffiatura
Fino al I sec. a.C. la lavorazione del vetro colato avveniva per stampaggio e prevalentemente per ottenere vasetti e ciotole. L’opera iniziava preparando degli oggetti di materia friabile, sui quali veniva colato del vetro ancora allo stato liquido, che pertanto aderiva facilmente alle cose; poi una volta raffreddato lo strato vitreo, si poteva frantumare lo stampino che stava all’interno, lasciando gli oggetti di vetro liberi nella loro traslucida bellezza.
Ma in quanti sanno che furono proprio i Romani (probabilmente in età augustea) ad introdurre la tecnica rivoluzionaria della soffiatura? Ebbene quel maestro vetraio veneziano, appartenente all’immaginario collettivo di tutti noi, che siamo abituati a raffigurarcelo mentre soffia dentro una canna di ferro che contiene nel fondo una porzione di pasta di vetro e che soffiando sapientemente e movendo con perizia la canna dà luogo ad opere d’arte di pregevole fattura, ebbene quel maestro deve questa scoperta agli antichi Romani!

I Romani inventando questa nuova tecnica trovarono un nuovo campo di applicazione per questo materiale, esso infatti fu impiegato non solo per fare oggetti, ma anche per la realizzazione di vetri per finestre, in sostituzione delle finissime e costose lastre d’alabastro, di cui poteva godere solo la classe ricca.
L’accoppiata vetro-finestra trova slancio grazie alla capacità romana di produrre il cemento pozzolanico e di utilizzare e diffondere la struttura ad arco degli edifici, infatti con l’ingegnosa tecnica costruttiva della volta a crociera, si riusciva ad aprire ampie luci. Queste caratteristiche più sfruttate nell’edilizia pubblica (terme, teatri, arene, regge), trovarono campo anche nell’edilizia residenziale. Nelle villae l’uso della finestra rimase, come nelle case greche, rivolte verso il cortile interno, mentre nelle insulae, le finestre, per ottimizzare gli spazi interni, guardavano il fronte strada.
A Roma l’utilizzo del vetro si diffuse sempre di più, tanto che Cicerone così scriveva: “…ben povero si deve considerare chi non possiede una casa tappezzata con placche di vetro…” e, come accennavamo lo scorso mese, con l’imperatore Severo fu introdotta una tassa sui prodotti vetrari, abolita poi per fortuna dall’imperatore Costantino.

Le novità nel Medioevo
La diffusione del vetro romano nelle province dell’impero portò alla nascita di molti centri vetrari che furono attivi nell’alto Medioevo, anche se la produzione in Occidente fu più rozza rispetto a quella in Oriente.
Tra il VI e VII secolo d.C. si riuscì ad ottenere delle lastre di vetro circolare: si soffiava con la canna la massa vetrosa fino ad avere una sottile palla di vetro, che veniva aperta sul lato opposto, poi si ruotava il tutto, e per azione della forza centrifuga, la palla si appiattiva ottenendo una lastra circolare, con il caratteristico occhio di bue centrale, in corrispondenza dell’attacco alla canna soffiatrice.
L’arte del vetro in funzione decorativa, che in Europa andava morendo, è stata nuovamente diffusa grazie agli arabi tra il IX e il X secolo, trovando poi diffuso utilizzo nelle cattedrali. In questi secoli la dimensione della lastra era ancora ridotta e quindi utilizzata a scopo ornamentale e tenuta insieme alle altre con il filo di piombo, come nelle vetrate gotiche, il cui segreto di realizzazione per ottenere vetro dai colori densi e caldi, si tramandò da maestro a discepolo nel più assoluto segreto.

Un’ulteriore spinta evolutiva nell’arte vetraria si ebbe con le Crociate (XI – XIII sec.), grazie le quali si trasferirono dall’Oriente all’Occidente molti segreti dell’arte lavorativa del vetro e la città di Venezia ne fu la maggiore beneficiaria. E’ del 1291 il decreto che stabiliva il trasferimento dei forni per la produzione del vetro da Venezia all’isola di Murano, con un duplice intento, primo per salvaguardare una città che sorgeva sul legno dai continui incendi e secondo per controllare meglio (Murano è una piccola isola) i maestri vetrai, allo scopo di proteggere il segreto circa le tecniche di lavorazione del vetro, al punto che si stabilirono gravi pene, estensibili anche ai familiari, in caso di viaggi effettuati all’estero senza autorizzazione.
Infine nel XIII secolo d.C. sempre mediante soffiaggio si arrivò a produrre un cilindro cavo, che veniva tagliato longitudinalmente, aperto e lentamente freddato per produrre piccole lastre.

Perdita del primato italiano e Competizione francese
Bisogna arrivare al 1665 perché l’impero del vetro di Murano conosca un rivale!
In quell’anno, in Francia, monsieur De Colbert concesse alla “Manufacture Royale des Glaces” dei privilegi economici e fiscali per la produzione di vetro colato.
La fabbrica sorse a Saint Gobain, una piccola località a 100 Km. a nord di Parigi, ed inizialmente per addestrare la manovalanza locale si ricorse all’assunzione di mastri vetrai veneziani! Grazie alle disposizioni protezionistiche e alla creazione delle Compagnie di Navigazione, il prodotto francese si diffuse in ogni dove, restringendo la produzione di Murano alla fattura di oggetti artistici, di cui ancora detiene il primato!
Inoltre nel 1688, grazie a Lucas de Nehou si ebbe un altro passo in avanti nella produzione del vetro, infatti nella fabbrica di Saint Goben (ancora oggi all’avanguardia e prima produttrice europea di vetro piano) si riuscì a produrre in serie, lastre di grandi dimensioni mediante colatura e laminazione di pasta vitrea allo stato fuso su tavoli metallici dotati di rulli, una tecnica che rimase invariata per circa 200 anni. Poi grazie all’introduzione della lavorazione mediante motorizzazione, nel XIX secolo la finestra dotata di vetro diventa di uso comune, impiego che abbiamo visto regredire nei tempi passati (ad eccezione dell’epoca romana) in quanto per l’uso dell’edilizia abitativa popolare, si ricorreva a chiusure di legno, oppure a protezione cartacea, una sorta della attuale carta oleata.

Rivoluzione in edilizia e superficie vetrata
Spetta al vetro, tra il XIX e il XX secolo, il diritto di aver compiuto una vera e propria rivoluzione in edilizia, che riassumiamo in maniera molto sintetica.
Dal vecchio continente ci dobbiamo spostare sul nuovo, dal quale arriva una ventata innovativa, infatti nasce in America, nel 1880, la Scuola di Chicago, che con la progettazione e l’edificazione di una serie di grattacieli, cominciò ad applicare i principi costruttivi moderni: edifici con struttura a scheletro, tamponature leggere, prospetti quasi totalmente vetrati.
Senza levare ai numerosi architetti già citati nello scorso numero all’interno dell’articolo riguardante la finestra, non possiamo in tale sede non ricordare la vera rivoluzione apportata, nei principi dell’edificare espressi nel testo “I cinque punti di una nuova architettur” del 1925, dallo svizzero Le Corbusier padre della “finestra a nastro” e del telaio ad apertura scorrevole orizzontale, sconvolgimenti ottenibili solamente grazie ai progressi raggiunti nella produzione industriale delle grandi vetrate.

Con il tempo la facciata si è svincolata dalla cadenzatura dei pilastri che vengono arretrati, divenendo indipendente dalla struttura retrostante, con Mies van der Rohe (statunitense d’origine tedesca) la facciata diventa un elemento autonomo, autoportante, svincolato staticamente dalla struttura dell’edificio, ad essa ancorata con sistemi di staffaggio, ecc…
Oggi il concetto di facciata strutturale è riferito ad una struttura portante di alluminio od altro metallo, al quale vengono fissati con diversi sistemi pannelli in genere in vetrocamera trasparente.
Per concludere il XX secolo non si può non ricordare la produzione della vetrata artistica italiana degli inizi del novecento, utilizzata negli infissi interni ed esterni. “Non era ottenuta con la pittura del vetro, ma con un ingegnoso intarsio a mosaico di vetri colorati in pasta e legati a piombo a colatura”, praticamente si pensò “a conquistare l’avvenire fosse d’uopo di tornare all’antico” come diceva Marangoni. In effetti l’antica tecnica si legò al nuovo stile liberty, toccando le alte vette dell’arte. Molti furono gli artisti famosi, tra cui a Roma Duilio Cambellotti e Cesare Picchiarini.

Trasparenza unilaterale, bilaterale, integrata
Dagli albori, la storia del vetro, usato in edilizia, ha coinciso con la ricerca della trasparenza unilaterale, il vetro ancorato alla finestra (l’espressione latina finis extra, letteralmente sta a significare “fine di ciò che sta fuori”) impediva l’ingresso di freddo e acqua, la dispersione del calore e, catturando i raggi del sole, serviva ad illuminare gli spazi interni.
La trasparenza bilaterale entra in gioco quando le vaste aperture vengono adottate per godere della vista dell’esterno, pensiamo ad esempio alle ville palladiane, in cui ad ogni finestra corrisponde una fuga di siepi o un giardino “all’italiana” ben costruito.

La trasparenza integrata, come dice lo stesso termine, fa riferimento alla superficie trasparente come elemento integrante della composizione, arrivando fino alla trasparenza totale.
Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un’altra rivoluzione sul modo d’intendere il vetro in edilizia, mentre per secoli si è cercato di catturare e far penetrare nelle abitazioni il più possibili i raggi solari, ad un certo punto a causa delle enormi dimensioni delle superfici vetrate, si è sentita l’esigenza di isolare e di oscurare il vetro, per ovviare sia al problema termico di caldo-freddo, sia di trovarsi in un ambiente con una parete totalmente trasparente alla mercé di sguardi esterni.



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