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Invenzione della cantina

Quello che va dal VI al IX secolo è un periodo di crisi: i commerci si spengono quasi del tutto, l’attività dei campi su un territorio perennemenete in balìa di devastazioni e saccheggi, è poco agevole e incerta.

Anche per la viticultura sono anni difficili: in un contesto sociale instabile, dove al vecchio ordine romano stenta a sostituirsi il nuovo, quello feudale, saranno i monaci a tenerla in vita, con religiosa passione. Per i cristiani il vino è parte integrante del rito della messa.

Ecco allora che, per i monaci, produrre quel nettre equivale a diffondere il messaggio evangelico: di qui la presenza della vite di fianco ad ogni chiesa, abbazia e monastero.

vino

Non a caso il vocabolario vitivinicolo è intriso di termini monastici e denominazioni d’origine attribuibili ad ordini religiosi ( basti citare Chateauneuf-du-Pape e Clos de Vougeot): del resto numerosi santi di quest’epoca – San Martino e San Gregorio di Tours, San Germano – sono descritti come appassionati ed esperti vignaioli.

Nel clima di quotidiana insicurezza in cui si viveva, tra continue scorribande ed assedi, i monaci presero l’abitudine di nascondere le provviste alimentari nei locali meno raggiungibili dei loro edifici: le cantine.

Il vino abbandonò allora i solai, dove erano soliti conservarlo gli antichi, per scendere nell’ambiente umido e buio che gli è congeniale.

Il nuovo habitat, insieme all’evolversi delle tecniche produttive, diede il via a un processo che avrebbe portato il liquido denso e dolciastro di Greci e Romani a diventare il vino di oggi.



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