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Villa Adriana a Tivoli

Possedere una grande villa è un desiderio ancora valido per l’uomo moderno: famosi attori, cantanti, calciatori, gli arricchiti di tutti i tempi, realizzano così il proprio sogno di potenza, esattamente come fecero i grandi imperatori romani, ma nel caso di Adriano

Se decidiamo di andare a Tivoli, per prendere una “boccata” d’aria fresca o per andare a tuffarci alle Terme, fermiamoci poco prima a villa Adriana, meta di turisti da tutto il mondo, per la suggestione che emana uno dei più straordinari monumenti che la civiltà romana ci abbia lasciato, esempio di fusione della tradizione artistica greca, con le tendenze innovatrici dell’arte romana.

Qui alle falde dei monti Sabini, su un terreno leggermente ondulato, l’imperatore Adriano eresse una grandiosa villa, deducibile dall’imponenza delle rovine e dalla loro estensione, mutilate dalle spoliazioni di interi colonnati, capitelli e trabeazioni; per non parlare di migliaia di metri quadri di lastre marmoree che sono state asportate, o accatastate per finire nelle botteghe dei marmisti rinascimentali e moderni; più fortuna hanno avuto le sculture, disperse, ma conservate in musei o in collezioni private,  come i mosaici d’incredibile pregio, strappati dai pavimenti.

Bisogna dire che Adriano non era il primo a costruirsi una colossale abitazione, l’avevano già preceduto Nerone con la domus aurea al centro di Roma, e fuori dell’Urbe, Tiberio l’aveva voluta a Sperlonga e sull’isola di Capri, Claudio a Baia e Domiziano sul lago di Albano, ma sia Nerone che Domiziano che costruirono tali abitazioni “solo per proprio diletto” furono colpiti da damnatio memoriae, quindi come pensare che il saggio Adriano fece costruire questa villa, solo per proprio capriccio? In tal senso siamo stati sviati dall’unica fonte di poche righe in cui si parla dell’imperatore: “ edificò la sua villa di Tivoli in modo mirabile e chiamò le sue parti coi nomi dei più celebri luoghi delle province, come Liceo, Accademia, Pritaneo, Canopo, Pecile, Tempe…”.

Essendo un antiquario e un geniale architetto (pensiamo al Pantheon o al suo mausoleo, l’attuale Castel Sant’Angelo) si dedusse che si fosse ispirato durante la progettazione della villa, di cui si occupò personalmente, a quei monumenti celebri del mondo greco, che egli amante del “bello” aveva visto durante i suoi numerosi viaggi in giro per l’impero. In realtà il richiamo ad altri luoghi è puramente sentimentale, essendo di stile prettamente romano, inoltre assolveva ad un fine pratico, da qui l’imperatore resse le sorti di Roma, infatti la villa non ospitava solo Adriano e la sua corte, ma era pulsante di vita.

Qui arrivavano le ambascerie da ogni parte dell’impero e per non perdere tempo, per le udienze erano state costruite due sale gemelle, in modo che l’imperatore potesse passare da una sala all’altra, trovandovi le delegazioni già riunite, senza dover attendere che una singola stanza si svuotasse e quindi si riempisse di nuovo. Ma dove venivano ospitate le delegazioni? Negli Hospitalia, sono dieci stanze, con tre posti letto ciascuna, schierate in fila, qui potevano riposare fino a trenta persone, che per le loro esigenze potevano raggiungere gli impianti termali e le grandi mense. Adriano curò particolarmente anche le sale da pranzo, come ci dice Cassio Dione nella sua Historia Romana:” Fu un forte mangiatore. Era sua consuetudine prendere i pasti insieme a tutti i nobili e migliori uomini, e questi pasti in comune gli offrivano occasione per conversazioni copiose”, così Adriano poteva illustrare la sua politica alle ambascerie;un metodo quello del pasto-lavoro, tuttora usato a vari livelli, che apre gli animi e dispone l’uomo alle trattative!

Chi arrivava dalla via Tiburtina si trovava di fronte il Pecile, un muro alto nove metri, che perimetrava una zona  ampia più di due ettari, quasi fosse uno scrigno che racchiude un mondo nel mondo; oggi ne rimane soltanto una parte, nella quale si aprono gli attuali accessi alla villa. Dobbiamo immaginare che un tempo sosteneva un tetto, la cui estremità poggiava su due file di colonne, ottenendo un lungo porticato che riparava gli ospiti, mentre passeggiavano, sia dal caldo estivo, che dal freddo. Al centro si trovava una grande piscina (106,80 metri per 26), ripristinata nel restauro degli anni cinquanta, che doveva suscitare una sensazione di amenità essendo immersa nel verde. All’interno erano sistemati gli alloggi di una moltitudine di schiavi, artigiani e la grande Caserma dei pretoriani (la guardia fidata dell’imperatore).

Ma come si lavava tutta questa gente? Essendo la villa dotata di ogni “comfort”, aveva al suo interno ben due edifici termali:le Piccole Terme e le Grandi Terme, le prime, secondo alcuni studiosi, essendo raffinatamente decorate con intarsi di marmo, erano utilizzate da ospiti di alto rango, mentre l’altra più grande, ornata solamente con un mosaico in bianco e nero, era aperta alla parte più numerosa degli abitanti: il personale di servizio, i numerosi artigiani e la guardia.

E allora immaginiamo quanti approvvigionamenti dovevano arrivare in Villa e che via vai di materiali ed artigiani per portare a termine un’opera così estesa, essendo partiti da una piccola rus di età repubblicana, appartenuta probabilmente alla famiglia dell’imperatore! Dunque per ovviare a questo inconveniente e poter godere della pace della natura addomesticata all’interno di questo paradiso, rallegrato da bacini d’acqua, cascate e cura del verde, l’imperatore fece scavare un sistema di camminamenti sotterranei lunghi due chilometri, dentro i quali si muoveva tutto il traffico necessario a mantenere la villa e i suoi abitanti, e c’era all’interno perfino una scuderia della capienza di cento animali da tiro; ma nulla andava sprecato: il tufo ricavato dallo scavo delle gallerie venne utilizzato come materiale da costruzione per la villa.

Passeggiando piacevolmente come gli antichi ospiti arriviamo a visitare il palazzo imperiale dove soggiornavano  Adriano e i membri della sua famiglia: per le mezze stagioni aveva progettato una villa a torre con riscaldamento, e per l’estate una villa-isola, una costruzione rotonda (43,50 m. di diametro) circondata all’esterno da un alto muro e da un fossato pieno d’acqua, che serviva anche da piscina, un’isola circolare sulla quale s’innalzava una villa in miniatura, alla quale si accedeva attraverso due ponti girevoli. Qui dentro c’era tutto quello che poteva servire ad un uomo colto e raffinato: una biblioteca, una sala termale e una da pranzo, il tutto dava all’interno su un cortiletto centrale ingentilito da una vasca, secondo la tipica costruzione romana. Quest’ambiente suggestivo colpisce profondamente l’immaginazione e ci pare di vedere l’uomo, che per anni ha viaggiato insieme alle truppe ai confini dell’impero per portare la pace desiderata, rifugiarsi ormai anziano sulla sua micro-isola, sentendo il desiderio di appartarsi perfino in quel luogo da lui plasmato.

Ma l’angolo più  famoso della villa è il Canopo,ed è quello la cui identificazione con luoghi famosi è più sicura. Deve il nome all’omonima città egizia ed è costituito da una lunga vasca (119 m. per 18)che venne scavata in una valletta naturale e rievoca uno dei bracci del Nilo presso Alessandria, dove la popolazione era solita recarsi in gita. Vi si specchiano numerose statue, tra cui quattro copie delle Cariatidi di Atene; due Amazzoni, copie delle opere di Policleto e Fidia; Scilla in doppio esemplare; un dio Marte a riposo e il dio Mercurio che sembrano simboleggiare che sotto il regno di Adriano la pace è duratura  ed il commercio prospera in tutto il mondo. All’altra estremità della vasca si erge il Ninfeo, creduto un tempio in onore di Serapide, in realtà, era uno spazio conviviale, dove l’imperatore e i suoi convitati si sdraiavano per godere del cibo e del fresco allietati dallo scorrere delle acque, quando il clima lo permetteva e le zanzare non li costringevano a stare nell’edificio con Tre Esedre, una sala da pranzo chiusa,abbellita da decorazioni e mosaici, ed illuminata da possenti candelabri.

Ma torniamo all’abside, dinnanzi allo scheletro  è difficile farsi un’idea della ricchezza d’insieme: le pareti erano ricoperte di lastre di marmo prezioso, la volta era rivestita di mosaico di vetro multicolore, dal nicchione e dalle otto nicchie laterali con mirabile effetto scenico si riversava l’acqua che alimentava la vasca sottostante. Qui nel cosiddetto Serapeo l’imperatore volle che si celebrasse con banchetti solenni la memoria del bell’Antinoo, il prediletto di Adriano, annegatosi nel Nilo, forse perché volendo lasciare l’imperatore libero di amare, eliminò se stesso in un sublime atto d’amore; una storia comprensibile solo se si cala nella mentalità del tempo.

villa adriana



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