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Visitare l’Ara Pacis

I Romani, e con loro il mondo intero, sono rientrati in possesso del monumento forse meno conosciuto, ma più significativo per l’intera umanità: l’Ara Pacis,  l’Altare dedicato alla  Pace ed eretto per volere dei senatori nel 13 a.C. per onorare il ritorno dell’imperatore Augusto che apriva a Roma, dopo decenni di guerre, un periodo di pace e di prosperità. Alla realizzazione di questo progetto, seguiranno quello della sistemazione della piazza Augusto Imperatore, attualmente poco valorizzata e quello del sottopasso della strada del Lungotevere, che abbassata di livello consentirà attraverso un cavalcavia di pedonalizzare la zona unendo il Tevere all’area  che comprende l’Ara Pacis, le due chiese e il mausoleo di Augusto.

ara pacis

Il Monumento

La natura alluvionale di Campo Marzio e le inondazioni del Tevere, depositando strati di limo nella zona, determinarono l’interramento dell’Ara, edificata lungo la via Flaminia (il Corso all’incrocio con via Lucina), di cui si perse completamente memoria. L’Altare della Pace, dedicato all’imperatore Augusto, che dopo tanti anni di sangue aveva portato a Roma la tranquillità, non era isolato, ma faceva parte di un unico complesso monumentale e simbolico insieme al Mausoleo (tomba di Augusto), che riproponeva la tomba a cumulo etrusca e alla grande meridiana lastricata in travertino (di cui si è ritrovata traccia sotto la pavimentazione della piazza San Lorenzo in Lucina), il cui gnomone fu il primo obelisco portato a Roma dall’Egitto e che ora si trova a piazza Montecitorio. L’obelisco, in asse con il Mausoleo, attraversava il centro dell’altare, il 23 Settembre, giorno natale di Augusto, ad indicare il vincolo astrale tra la sua nascita e l’avvento di una nuova era di pace. L’altare si trova all’interno di un recinto marmoreo al quale si accedeva mediante una scalinata. Il recinto è decorato internamente ed esternamente con due diverse fasce, in quella inferiore girano tutt’intorno foglie d’acanto, non spontanei, ma regolari e perfetti. Un richiamo alla natura, tanto amata ed agognata dai cittadini dell’epoca di Augusto, costretti a vivere in città, con tutti i suoi limiti, tema centrale della poesia di Virgilio e di Orazio. Nella fascia superiore è ancora la natura che appare attraverso la prosperosa figura femminile, la Saturnia Tellus, la madre feconda, generatrice di messi e di animali; ai suoi lati due figure, una su di un dragone marino, attraversa le acque, l’altra su di un cigno, sorvola le terre, e simboleggiano la pace raggiunta da Augusto: terra marique, cioè ovunque: per terra e per mare.
Enea che con il capo velato sacrifica ai Penati (gli Dei tutelari della Famiglia e dello Stato) e la Processione dedicatoria dell’Ara, in cui si descrive il corteo che nel 9 a.C. inaugurò il monumento. Un’opera innovativa, accanto a sacerdoti, littòri, flàmini, figura Augusto e la sua famiglia, dunque non dei o eroi mitici, ma uomini, donne e bambini, che incedono dignitosi e autorevoli, secondo il gusto greco, sono disposti su più piani, e scolpiti secondo la forza ritrattistica romana che ama l’aderenza al reale. Sotto dunque corre una cornice naturalistica alla greca, sopra una processione figurata, a tutto campo, per cui non si può identificare né lo spazio, né il tempo, e rappresenta l’avvio dell’autonomia romana dalla scultura greca.

Shock da stile
Il monumento, liberato del vecchio incapsulamento d’epoca fascista, che lo ingabbiava e ne limitava il valore estetico, e che per l’inadeguatezza del suo contenitore lo stava danneggiando,  per valorizzarlo come una perla in una conchiglia, è stato posto in una struttura d’impianto moderno, su progetto dell’architetto americano Mejer. Lo shock ha colpito i classicisti, mai nessun monumento antico, a Roma, era stato integrato in una   struttura contemporanea; è la prima opera realizzata nel centro storico dalla caduta del fascismo ai giorni nostri, escludendo ovviamente l’Auditorium che non si trova nel cuore dell’Urbe. Roma non è certo Barcellona in cui si accetta che l’antico conviva con il contemporaneo; non è Parigi in cui la piramide a vetri moderna si staglia al centro del museo del Louvre; non è Berlino in cui il nuovo accanto all’antico è divenuta una caratteristica della città; ma lo può diventare, secondo noi, riuscendo a non vivere solo di passato, bisogna osare e rappresentare il presente per lasciare alle generazioni future anche il segno dei nostri anni, e i posteri con sguardo forse più lucido sapranno giudicare se un quid reputato bello in un’ epoca passata lo sia veramente, sempre e comunque.

Interno
L’invito non è quello di vedere il museo dall’esterno (criticato per l’enorme involucro bianco), consigliamo di entrare, perché è all’interno che la struttura architettonica dà il meglio di sé, in funzione della valorizzazione dell’Ara. Mejer ha cercato di interiorizzare e di restituire ciò che vibra nell’aria romana: la luce del sole, la luminosità del cielo, che non devono essere annullate chiudendo l’Ara in quattro pareti, dunque egli ripropone la scelta architettonica degli anni trenta, quella di avvolgere il monumento in una struttura a vetri, dandole però più spazio e luce. Lui stesso dice che, quando venne a Roma per la prima volta da giovane laureato in architettura, rimase estasiato dalle ricchezze monumentali e mai avrebbe pensato che un giorno sarebbe stato chiamato per dare una “casa” nuova all’Ara Pacis, per cui innamorato della romanità ed ossequioso dei primitivi progetti, ha voluto tener presente le soluzioni ideate nei primi del ‘900 dall’architetto Ballio Morpugo, per la sistemazione dell’Ara, della piazza Augusto Imperatore, della gradinata di accesso al museo che raccorda il dislivello metrico tra via Ripetta e il Tevere, impiegando i materiali già usati, come il travertino e il vetro, che consente la compenetrazione dell’interno e dell’esterno, essendo contemporaneamente volume e trasparenza, pieno e vuoto.
Uomo del suo tempo, adotta il moderno senza scordare il passato: ha adoperato, astutamente lo stesso sistema che si usava per entrare negli antichi templi, passando dalla voluta penombra della galleria chiusa alla luce naturale, alla luminosità abbondante del padiglione centrale, che solo il cielo di Roma sa donare, grazie alla luce diffusa dei lucernari e degli ampi cristalli filtranti. Questa soluzione ha comportato il montaggio di oltre 1500 mq di vetro temperato, in lastre grandi fino a tre metri per cinque, tali da annullare l’effetto-gabbia del Padiglione e garantire il massimo di visibilità. Inoltre durante la notte l’illuminazione della nuova teca costituirà un punto di riferimento per questa parte del centro storico.

Esterno
All’esterno sono presenti altri elementi di richiamo al passato: una fontana e una colonna. La prima è una pallida memoria del bellissimo Porto di Ripetta che esisteva proprio su quest’area, prima che fosse demolito per costruire i muraglioni del Lungotevere;  la seconda è una colonna che misura dall’Ara la stessa distanza che, in età augustea, la separava dall’obelisco, che attualmente si trova di fronte a Montecitorio.
Infine è stato usato molto travertino, per armonizzare la struttura con l’ambiente circostante piazza Augusto Imperatore, realizzata con questo materiale tipicamente romano, negli anni Trenta.

I Restauri
E’ stato già restaurato l’unico elemento preservato del vecchio padiglione edificato nel 1938: il cosiddetto “muro delle Res Gestae”. Mentre le operazioni di pulitura dell’Ara saranno eseguite sotto gli occhi del pubblico, che potrà osservare le tecniche d’intervento in corso d’opera per eliminare le polveri e le sostanze inquinanti depositatesi, che l’hanno alterata insieme alla luce solare e alle condizioni atmosferiche non adeguate del vecchio padiglione, che non teneva abbastanza conto dell’isolamento termico e del filtraggio della luce.



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