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Lamiera notturna

Sudore al sudore, ferro al ferro.” Era il suo mantra personale per i momenti difficili, e quella sera l’aveva ripetuto in continuazione, borbottando centinaia di volte quella mezza frase senza senso.

Con un misto tra eccitazione e paura Hans stava manovrando la potente pressa centrale della terza linea dello stabilimento, ad un orario decisamente inconsueto anche per la grande fabbrica metalmeccanica che gli dava lavoro da 15 anni.

Da quando la produzione aveva delocalizzato verso i mercati emergenti lo stabilimento in cui era assunto Hans aveva cessato definitivamente i turni notturni, dando pace ai macchinari e alle orecchie del vicinissimo borgo sorto negli anni ’80 dirimpetto al grande stabilimento.

La fabbrica non lavorava più tutte le notti, l’acciaio vivo delle fornitura di lamiera trovava qualche ora di pace tra la fine del turno serale e il primo turno del mattino, quello delle 5 e 50.

Un motivo in più per rabbrividire, quella sera, alla luce elettrica dei neon del settore Presse.

Padrone della fabbrica per una notte; non l’avrebbe mai creduto, tutto era filato liscio come l’olio e la fantasia si stava trasformando in realtà sotto i suoi occhi.

Il suo piano aveva funzionato ed era riuscito a rimanere negli spogliatoi del personale dopo il suono dell’ultima sirena della serata.

Se l’avessero sorpreso ad attardarsi nella zone delle docce, con il cambio da lavoro in borsa, non avrebbero potuto sanzionarlo; l’avrebbero rimproverato, al massimo il guardiano di notte l’avrebbe preso in giro con il collega della guardiola.

E invece l’ultimo giro d’ispezione del vigilantes era passato senza alcuna interferenza, le luci dello stabilimento erano state spente e le porte anti-panico laterali erano state richiuse dall’esterno.

Con un pizzico di fortuna avrebbe potuto agire indisturbato tra le linee fino alle 4, 4 e mezzo della mattina.

Eppure, proprio quando si era ritrovato solo, al buio, davanti al suo armadietto, aveva iniziato a sudare senza sosta, in preda all’eccitazione e alla paura.

Avrebbe acceso prima la luce della linea centrale, poi avrebbe provato ad accendere le prime maccchine.

Attivare un intero stabilimento, robot più, robot meno, gli aveva procurato una sferzata di adrenalina lungo la schiena.

In fondo cosa c’era di tanto strano se per una volta aveva voluto lavorare qualche ora di più, qualche ora per ‘conto suo’.

Hans non era mai stato uno di quei tecnici-operai malati per la tecnologia, di quelli che discutono delle bizze dell’ultima fresatrice anche durante le pause pranzo, o che semplicemente aggiustano lavatrici eed altri piccoli eletrodomestici nel tempo libero.

Hans con le macchine dello stabilimento aveva stabilito un rapporto di rispetto, certamente.

Di rispetto reciproco.

Ma contemporaneamente aveva sempre trovato noiose le nozioni propinate periodicamente dai capi-reparto durante i corsi di aggiornamento organizzati di tanto in tanto all’interno dell’azienda.

Portato per la manualità e dotato di pazienza e precisione millimetrica, Hans si considerava un mero esecutore di tecniche metalmeccaniche che non comprendeva pienamente, che stimava ma che non erano esattamente la sua ‘passione’.

Eppure, da qualche mese aveva capito che il suo estro tecnico, spesso riconosciuto dai capi e apprezzato dai colleghi, gli avrebbe aperto le porte per un sogno che in poche settimane sarebbe diventato una vera frenesia.

Avrebbe realizzato un ‘SUO’ modello di SRTh 955, diverso per alcuni importanti particolari dal brevetto originale stampato e assemplato nello stabilimento.

Per una notte avrebbe avuto tutti i macchinari a disposizione per realizzare un prototipo di sua concezione, una variante del progetto riginale che avrebbe – di questo ne era convinto – rivoluzionato il prodotto e portato benefici alla fabbrica e onori al geniale lavoratore.

Non un disegno, di quelli che vengono cestinati ogni giorno nelle stanze dell’ufficio R&D della sede centrale.

Un prototipo funzionate, in acciaio e non su carta.

“Al diavolo le tavole millimetrate e i disegni su lucido”, aveva ghignato Hans più volte, nelle settimane che avevano preceduto la sua notte in fabbrica.

Eppure proprio all’inizio di quella lunga serata si era ritrovato, finalmente a tu per tu con lo stock di laminati alti, sudato come dopo ore e ore di linea.

Sudato, appiccicoso, umidiccio in tutto e per tutto.

Mentre pensava alla sua sudorazione eccessiva, che sembrava accompagnarlo in ogni gesto senza soluzione di continuità, aveva già caricato il primo foglio di laminato sulla pressa centrale della terza linea.

Era arrivato il momento.

Lo straordinario prototipo che per settimane gli aveva riempito la testa avrebbe dovuto prender forma davanti i suoi occhi, in poche ore di intenso e sudato lavoro.

Le idee avrebbero dovuto tradursi in fatti e azioni precise, anche senza un bel progetto stampato davanti, anche senza i colleghi del reparto calibratura che lui detestava ogni santo giorno.

Lo stabilimento della fabbrica era suo per poche ore e l’oggetto che aveva desiderato e sognato per settimane sarebbe stato totalmente frutto della sua inventiva e della sua tecnica, senza alcun aiuto esterno.

La luce del neon centrale si rifletteva sulla lamina d’acciaio per restituire l’immagine deforme di un uomo in camice blu, sudato come non mai, solo al centro del grande stabilimento immerso nel buio di una notte estiva nella Baviera sud-occidentale.

Pressa piegatrice



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