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La diffusione della lingua italiana nel mondo

Se guardiamo agli annunci e alle iniziative pubbliche potremmo senz’altro affermare che negli ultimi anni c’è stato un rilancio non indifferente nell’ambito della promozione dell’insegnamento e della diffusione della lingua italiana nel mondo.

Una campagna pubblica consapevolmente portata avanti dal nostro Ministero degli Esteri, in realtà.

Questa serie di iniziative ha avuto fra le altre cose la fortuna di incontrare la sintesi di un giornalista del Corriere della Sera che con un semplice titolo in stile ‘giornalistico’ ha sintetizzato quella che voleva essere l’emergenza segnalata dagli animatori istituzionali della campagna stessa.

Il titolo del Corriere riportava un dato di sintesi, con una frase che non poteva lasciare del tutto indifferenti gli ‘addetti ai lavori’ del settore, ovvero i moltissimi che tutti i giorni lavorano nell’insegnamento e nella diffusione della lingua italiana nel mondo.

L’italiano è la quarta lingua più studiata nel mondo“, così la sintesi del ‘pezzo’ di Marco Gasparetti sul Corriere del 16 giugno 2014.

Pezzo che introduceva fra l’altro il seminario che si sarebbe tenuto di lì a poco a Palazzo San Macuto a Roma, a cura del Consorzio Italian on the Net e sotto l’egida, appunto, del Ministero degli Affari Esteri.

Ma la sintesi giornalistica, per quanto efficace, è troppo decontestualizzata.

Il convegno tenuto a Palazzo San Macuto proponeva già nel nome quello che invece sarebbe stato il tenore dell’iniziativa: “L’italiano come risorsa per il Sistema Italia. Idee e sinergie per il futuro“.

Da quel seminario romano gli operatori, in quel caso ospiti della Presidente della Camera Laura Boldrini, si sono rivisti poi a Firenze, il 21 e 22 ottobre successivo, per gli Stati Generali della Lingua Italiana nel Mondo, stavolta all’interno di una cornice istituzionale ancora più larga e qualificata, comprendente anche il Ministero dell’Istruzione e quello dei Beni e della attività culturali e del turismo.

Ma al di là di questo dato contingente va anche aggiunto che contestualmente agli Stati Generali a Firenze si sarebbe aperta proprio in quei giorni la 14° (!) edizione della Settimana della lingua italiana nel mondo.

In altre parole la ‘bandiera’ della cultura italiana nel mondo fa parte delle attività istituzionali da sempre, e le più recenti attività politiche in tal senso possono senz’altro arricchire l’analisi, anche perchè ciascuno di questi convegni e seminari lascia di solito in eredità fiumi di doccumentazioni non prive di indicazioni utili.

Eppure questo genere di letteratura potrebbe lasciare insoddisfatto il lettore incuriosito dalla forza suggestiva di quel titolo, per quanto sintetico e ‘banale’, con cui chiosava il Corriere un paio di anni fa.

La quarta lingua più studiata nel mondo? Are you kidding me?

lingua italiana

Il buonsenso comune: pregiudizio e miopia

Prendendo per buono il dato macroscopico il comune lettore avrebbe ben ragione a chiedersi cosa giustifica una simile performance della nostra lingua nel mondo.

Da buon italiano ignorante anch’io ho avuto modo di stupirmi, salvo poi provare ad informarmi nel dettaglio spulciando le carte lasciate in eredità da convegni e seminari di cui sopra.

Da cui emergono senz’altro analisi colme di buonsenso, che molto spesso tracciano le linee di lunghissimo periodo della diffusione della cultura italiana nel mondo.

La cultura secolare, certamente, l’emigrazione di inizio ‘900, ovviamente, la creazione (tutta squisitamente post-moderna) di comunità italofone all’estero.

Dati storici inconfutabili che senz’altro possono fornire una prima risposta al lettore curioso, ma che forse non soddisfano le curiosità ben più che sostanziali che il dato di fondo può suscitare.

Perchè tutti questi lasciti stridono fortemente con la mentalità – decisamente ‘provinciale’ e opportunistica – con cui noi stessi italiani ci approcciamo allo studio delle lingue straniere, da decenni a questa parte.

La mia generazione come quella dei miei genitori, e probabilmente anche quella di mio figlio, sono state convinte che lo studio delle lingue straniere fosse un’urgenza culturale tra quelle poche che sarebbero state poi realmente spendibili, dopo il periodo scolare e universitario, nel mondo del lavoro.

Studiare inglese e poi in subordine, a seconda di anagrafe e preferenze, francese e spagnolo, era ed è ancora un must per la mia generazione; il mito delle lingue straniere come corredo professionale ha talmente imperversato da farci perdere di vista il quadro generale in cui la cultura fluisce, nostro malgrado.

Ecco perchè tutti i dati storici richiamati da analisti ed esperti non soddisfano le curiosità dell’uomo comune, di quell’italiano che ha invece sempre faticato a parlare inglese e lo ha sempre e solo fatto per uscire dal proprio guscio territoriale e provare a tentare la fortuna all’estero.

I nostri nonni ieri come oggi i nostri fratelli, viene da dire; anche se naturalmente è anacronistico accostare l’attuale emigrazione dei giovani italiani (super-formati) con quella poverissima dei nostri connazionali nel secolo scorso.

Eppure i pregiudizi e le miopie del nostro modo di elaborare le nostre stesse risorse culturali costituiscono quei fili conduttori di lunghissimo periodo che non possono che lasciarci insoddisfatti dalle analisi pubbliche che ci vengono offerte, ancora una volta, dalle istituzioni e dagli operatori culturali pubblici.

Perchè è evidente che agli occhi di un lettore distratto, ma non per questo del tutto ingenuo, rimane ancora del tutto irrisolta la domanda che anima davvero, mio malgrado, il presente articolo.

Se noialtri abbiamo sempre ritenuto che studiare le lingue straniere fosse fondamentale per trovare una migliore sistemazione lavorativa, come accidenti è possibile che l’italiano sia la quarta (4°!!) lingua più studiata nel mondo?

Chi potrebbe mai ‘puntare’ sull’italiano, quando l’economia globale volge verso ben altri orizzonti?

Ed ecco perchè le risposte dei seminari ministeriali ci risultano poco credibili, sospette; persino ‘propagandistiche’, forse.

Perchè non riusciamo a capire in che modo la nostra lingua possa essere ritenuta utile e spendibile in questa nostra attuale società di mercato, allo specchio delle nostre stesse miopie culturali e dei nostri provincialismi di lunghissimo corso.

Pregiudizi che ci trasciniamo da tanto tempo, appunto.

dante alighieri

Il peggiore di tutti è quello che separava la ‘cultura’ dal ‘lavoro’ nella prospettiva esistenziale soggettiva; e nella scuola italiana, tecnocratica e decisamente massificata, tale distinzione ha sempra avuto ragion d’essere, nel bene o nel male, e ha sempre accompagnato i programmi ministeriali volti alla formazione dei pupilli d’ogni generazione, direi da Casati in poi.

Ci mancherebbe altro.

La ‘cultura’ non si mangia, avrebbero detto i nostri nonni.

Ecco, appunto. Noi la pensiamo così, sotto sotto; ecco cosa pensano gli italiani di fronte ai Raffaello e ai Michelangelo, all’ombra del Colosseo e di San Marco a Venezia; oppure quando a 16 anni ci fanno passare ore ed ore tra le pagine di Dante; o traducendo Orazio e Seneca, peggio ancora.

Non si mangia la cultura.

Ma fortunatamente nel resto del mondo c’è un sacco di gente che ha le idee più chiare di noi.

Perchè non sarà certamente un caso se l’italiano viene studiato proprio in quei più ricchi paesi occidentali, europei e oltreoceano, che oggi accolgono nelle loro economie più solide quei tanti giovani italiani che emigrano, proprio alla ricerca di migliori prospettive di vita e di lavoro.



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