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Farfa

Era l’epoca in cui i draghi scorrazzavano in terra d’Europa, mietendo terrore fra le genti, all’indomani del crollo dell’Impero Romano, che aveva assicurato ai popoli, con il suo esercito, la protezione di una grande struttura politico-amministrativa.
Ma in questo caso il drago sta a simboleggiare il paganesimo che ancora largheggiava nelle terre italiane, a distanza di pochi secoli dalla nascita di Cristo, e che fu sconfitto da Lorenzo Siro, ipotetico fondatore di Farfa.
Appunto con la rappresentazione di un drago inizia la storia dell’abbazia, narrata in dodici scene, che si snodano nella lunga vetrina centrale del museo, davvero singolare: le luci rendono suggestivo l’ambiente e la voce del narratore, che decanta la storia non appena ci si avvicina alla vetrina, grazie all’uso di reminiscenze espresse in un linguaggio arcaico, ci proietta indietro nel tempo fino all’epoca del terribile drago, cioè nel VI sec. dopo Cristo.

Chi arriva oggi a Farfa cosa vede?
Un piccolo borgo con case di pietra di eguale altezza, disposte a schiera, che precedono l’abbazia, il tutto incastonato tra i monti della Sabina di un verde lussureggiante ed un fiume che scorre nei pressi, dal quale ha preso il nome il nucleo di Farfa: è il famoso Fabaris citato dal poeta Virgilio o il Farfarus decantato da Ovidio. In un posto così ameno non poteva non esserci un insediamento romano, ed i recenti scavi hanno portato alla luce le rovine di una villa romana del II sec. d.C.(nella cripta è possibile vedere un sarcofago con scene di battaglia tra Romani e Galli) ed è proprio qui che San Siro (figura sospesa tra leggenda e realtà) arrivò dall’Oriente, in compagnia della sorella e di un gruppetto di monaci. Inizia così la storia di uno dei monumenti più insigni del Medioevo.
Ma come ha fatto a diventare così importante da un punto di vista religioso ed economico?
Ovviamente la stima del credente è stata conquistata grazie all’integrità morale dei suoi monaci, mentre più lunga è l’analisi della supremazia economica: oggigiorno sembra impossibile, ma i possedimenti farfensi nel 1118 riconfermati dall’imperatore Enrico V erano i seguenti: le zone (come oggi le chiamiamo) di S. Eustachio e Palazzo Madama in Roma, Viterbo, Tarquinia, Orte, Narni, Terni, Spoleto, Assisi, Perugia, Todi, Pisa, Siena, Camerino, Fermo, Ascoli, Senigallia, Osimo, Chieti, Tivoli, il territorio Aquilano, il Molise, il porto di Civitavecchia e metà città.
E ci chiediamo nuovamente: ma come ha fatto un gruppetto di monaci ad estendere il proprio potere su un territorio così vasto? La risposta va trovata nella capacità di essere riusciti a conservare la propria indipendenza nel panorama storico medioevale, allorché sia il potere civile (Longobardi e poi Franchi) sia quello religioso (il Papato) si contendevano il predominio dei territori italici; più semplicemente si potrebbe dire citando un vecchio detto,  che: “tra i due litiganti, il terzo gode”!

Ma torniamo indietro nel tempo e procediamo con ordine per capire bene la storia singolare dell’abbazia.
Nel VI sec. scesero in Italia i Longobardi, seminando devastazione e gli stessi monaci di Farfa si sparsero ai quattro venti. Trascorsero svariati decenni fino a che san Tommaso da Moriana, proveniente dalla Savoia, peregrinando per la Sabina, trovò il luogo che stiamo prendendo in esame, con i fabbricati demoliti, allora decise di fermarsi, restaurò gli edifici, bonificò i terreni intorno e riavviò la vita monastica, era il 680 d. C. e dopo venticinque anni arrivò pure il riconoscimento papale di Giovanni VII, che approvò il nuovo monastero. In tale epoca inizia l’ascesa, in quanto la fama di Farfa si diffonde grazie all’esemplare operato dei monaci: Papi e Re elargiscono privilegi ed esenzioni. Farfa sotto la protezione longobarda diventò nel giro di pochi decenni un’entità economica e politica potente, abile nel mantenersi in bilico tra lo Stato Longobardo ed il potere Papale, in realtà era una spina nel fianco per la chiesa di Roma, sia per la vicinanza territoriale, sia per il potere assunto, infatti Farfa divenne un piccolo Stato autonomo tra il Patrimonio di S. Pietro e il Ducato Longobardo.
Trascorse un altro secolo e la supremazia territoriale passò nelle mani dei Franchi, appoggiati sia dal Papato, sia da Farfa, contro i Longobardi nella speranza di ottenere ulteriori vantaggi. E siccome “non si dà niente per senza niente”, il favore concesso ai nuovi conquistatori valse la protezione dell’imperatore Carlo Magno, che elargì significativi privilegi, fra cui la speciale franchigia concessa alla nave commerciale posseduta da Farfa, esentata dal pagamento dei dazi, ogni qual volta attraccava in un porto carolingio! Inoltre l’intimità  con l’imperatore si deduce dal fatto che Carlo si fermò nell’abbazia, durante il viaggio verso Roma, dove fu incoronato capo del Sacro Romano Impero, dal Papa, nella notte di Natale dell’800. L’imperatore concesse il privilegio di autonomia da ogni potere civile o religioso, insomma Farfa era un’Abbazia Imperiale, svincolata dal controllo pontificio, seppur vicina alla Chiesa di Roma; ecco come  raggiunse tanto splendore e ricchezza!

Ma a minacciare tanta prosperità arrivarono i Saraceni e i monaci, dopo aver resistito per sette anni all’assedio, capitolarono e nuovamente si dispersero. Vinti i Saraceni nel 915 i farfensi  tornarono al loro monastero, ma anche la vita monastica risentiva delle tristi condizioni spirituali e morali in cui versava la Chiesa, fino a che intorno al mille l’abate Ugo rinvigorì lo spirito monastico ristabilendo la disciplina grazie all’esempio che veniva oltralpe dal monastero di Cluny. Farfa rifiorì e protetta dai privilegi imperiali si allargò in Umbria, nelle Marche e negli Abruzzi: era un piccolo stato con il suo esercito, le officine, le scuole, l’ospizio  per i pellegrini, la farmacia, i cui prodotti erano gratuitamente distribuiti ai poveri.
Ma la lotta per le investiture tra Papato e Impero si fece più dura e per Farfa iniziò un lento declino. Dopo il concordato di Worms (1122) si concluse il dissidio, l’abbazia da allora non fu più sotto la protezione imperiale, ma sotto quella pontificia.
A questo punto iniziò anche la decadenza religiosa, causata dall’introduzione per volere papale degli Abati Commendari, cioè nelle grandi abbazie (consideriamo il patrimonio terriero che veniva gestito!) vennero nominati come superiori persone estranee, non più  monaci eletti dai monaci, insomma gente ignara dell’ideale monastico. Con il passar del tempo La Commenda divenne pure ereditaria, così a Farfa si succedettero le ricche famiglie romane, spesso imparentate con il Papa di turno: gli Orsini (che in compenso edificarono l’attuale basilica), i Della Rovere, i Farnese.
Farfa privata dell’amministrazione del suo patrimonio aveva ormai perduto ogni importanza. I beni ancora rimasti passarono infine al demanio del nascente Stato Italiano.
Dopo alterne vicende, attualmente l’abbazia è Priorato Benedettino indipendente.

farfa

Cosa è oggi Farfa?
Un piccolissimo borgo di poche casette allineate lungo la stradina principale che immette nell’altrettanto piccolo monastero e poche viuzze raggruppate intorno al nucleo centrale. Eppure se ci si aggira tra queste casupole o si entra in chiesa si avverte la sensazione di varcare il confine della storia: le casette che durante le grandi fiere di Marzo (il 25 : l’Annunciazione) e di Settembre (l’8 : Natalità della Vergine) si riempivano di gente quando venivano affittate dai monaci a facoltosi commercianti, oggi sono a disposizione dei turisti che gironzolano per le botteghe artigianali; la torre rievoca antichi rintocchi; il chiostro di lunghe ore di preghiera; i possenti orci raccontano il lavoro dei campi, perché siamo in Sabina, terra di olio d’oliva fin dall’epoca preromana; la chiesa con i suoi racconti biblici ci parla di secoli di ammaestramento religioso attraverso l’arte. Si respira dunque nell’aria il trascorso di Farfa, che unito alla gentilezza dei monaci attuali rende il posto un gioiello incastonato nel verde, al punto che sono molte le coppie, anche romane, che qui decidono di celebrare le nozze.
Farfa, un breve nome, una grande storia, fatta di abbandoni e di ritorni, evidentemente è uno di quei luoghi della terra in cui si avverte un pathos particolare, ecco perché si torna sempre a Farfa, perché si restaurano le sue pietre, perché s’innalzano preghiere al Grande Architetto dell’Universo.



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