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Dai Saturnalia al Natale

Le feste di fine stagione agricola
Era ormai lontano quell’allucinogeno odore di mosto che si  sprigionava dai grappoli d’oro e di rubino, pigiati in una frenetica danza femminile da piedi che volavano in girotondo; lontano era pure quella paziente raccolta di chicchi olivastri che spremuti sprigionavano quell’acre e preziosa linfa limpida e dorata; ancor prima era terminata la semina, in quella lotta tra l’uomo e gli uccelli che avidi volteggiavano in cielo roteando intorno a quella mano che pareva gettare all’aria quei chicchi preziosi, ma che in realtà voleva regalare alla  madre-terra quei semi che, caduti in faticosi solchi e coperti da una coltre di generosa terra, avrebbero donato, all’uomo che sa aspettare, una bionda distesa di messi: il suo tesoro.

Il lavoro dei campi era terminato, l’uomo e la donna sapevano che sarebbero arrivati i mesi di gelo nei quali sarebbero entrati nella loro tana, e allora era giusto festeggiare ora, a metà Dicembre, quando il freddo non era ancora pungente, la fine dei lavori agricoli, segnati dal Solstizio Invernale. Le date l’avevano fissate quei Saggi dal bastone in mano, che a furia di guardare il Sole s’erano accorti della meravigliosa realtà che va oltre l’apparenza. Tra il 21 e il 22 di dicembre, nel nostro emisfero, c’era e c’è il giorno più corto dell’anno e la notte più lunga. Gli animi si incupivano per colpa della scarsa e debole luce, cadute le foglie dagli alberi tutto pareva cessare di vivere, la stretta del gelo faceva morire chi non poteva combatterlo. A questi animi tristi i Saggi hanno dato la speranza: “ Ma non t’accorgi che proprio nel momento più buio e difficile è già iniziata la rinascita del sole e della vita? Si, perché da questa data, giorno dopo giorno, secondo dopo secondo, il Sole si concede sempre più; quando piangi per la morte, è già cominciata nuovamente la vita, anche se non lo vedi, sotto terra quel chicco di grano sta germogliando!”.

Saturno ed Opi, gli dei della pace e dell’uguaglianza
Le feste agresti, presenti in tutta Europa, erano state ereditate dai Romani, che in questo periodo  festeggiavano i Saturnalia, celebrazioni che prendevano il nome da Saturno, il mitico dio primordiale, signore del mondo durante l’Età dell’Oro, epoca nella quale non esistevano disuguaglianza, fatica e ingiustizia, dunque era il dio dell’amore e della pace, tanto che successivamente in epoca cristiana fu facilmente sostituito con la figura di Cristo. Narra la leggenda che Saturno detronizzato dal figlio Giove, andava alla ricerca di un paese dove stabilirsi, fino a che si fermò nel Latium, e si recò sul colle Gianicolo da Giano (divinità solare che apre e chiude il giorno), primo re del Lazio,  il quale offrì a Saturno di insediarsi sull’altra riva del Tevere, ai piedi del Campidoglio, dove potè insegnare agli uomini a coltivare la terra.
Compagna di Saturno era Opi, la Grande Dea Terra, che esisteva prima di tutti gli dei, che governava la nascita, la crescita, la morte e la rinascita. Quando Saturno scomparve, in memoria dei felici tempi di pace, libertà ed uguaglianza, in suo onore fu fatto costruire un meraviglioso tempio ai piedi del Campidoglio, nelle cui cavità sotterranee erano conservati gli archivi e il tesoro di Roma. In suo onore si celebravano annualmente i Saturnalia, all’inizio solo il 17 di dicembre, in seguito fino al 23.
Anche le feste dedicate ad Opi, chiamate Opalia, si celebravano il 17 di tale mese fino a che Cesare le spostò al giorno 19.

In questo periodo in ricordo dell’antica “età dell’oro”, contraddistinta dalla bontà di quel primitivo pastore-agricoltore, di quell’uomo che ancora non combatteva per conquistare la terra del vicino, la folla si riversava felice per le strade per festeggiare il Mondo alla Rovescia: gli schiavi prendevano il posto dei padroni, tutti erano uguali, sia liberi che schiavi, senza distinzione di casta, sia uomini che donne, e perfino gli adolescenti si affrancavano dall’oppressione paterna.
Durante i Saturnalia si scambiavano doni: pietanze di vario pregio (che ci fanno pensare ai dolci natalizi, tipici delle diverse regioni d’Italia), oppure candele di cera, simboleggianti la luce solare, il fuoco, che l’uomo deve tenere acceso anche nei periodi bui (e che non mancano sulla nostra tavola anche se illuminata dalla luce elettrica) riflesso di quella luce non solo materiale, ma soprattutto spirituale, a cui l’uomo anela, oppure si regalavano immagini degli dei, piccole statue d’argilla, che vedremo prendere tanto piede nella costruzione dei Presepi cristiani.

Quirino e la festa del 25 dicembre
Un altro dio si festeggiava a Roma ancora nel mese di dicembre e precisamente il 25, era il dio Quirino, anch’egli protettore dei campi come Saturno. Antico dio italico, probabilmente originario della Sabina, faceva parte della triade insieme a Giove e Marte, quale protettore della città, che da agricola si trasformò in guerriera. Gli fu eretto un tempio sul Quirinale ed il dio fu identificato sempre più con Romolo, il primo re di Roma, tanto che i cittadini romani venivano chiamati Quiriti.

Il Sol Invictus e Cristo
In realtà con nomi e modalità diverse (come il culto del dio Mithra, tanto amato dagli imperatori romani, in quanto forte elemento di coesione, presente in tutte le province dell’impero) era sempre il Sole che si festeggiava (Aureliano consacrò sul Quirinale il tempio del Sol Invictus (il Sole Vincitore), il 25 dicembre del 274) quell’astro che donava luce, calore e vita alla terra, che moriva ad ogni tramonto, per poi rinascere ad ogni alba, e che pareva spegnersi in questo mese di dicembre, affievolendosi durante il giorno, ma i festeggiamenti in suo onore parlano chiaro, l’uomo era consapevole che le giornate cominciavano ad allungarsi, era in questi giorni che il Sole, la Vita andavano festeggiati, nella consapevolezza dell’eterna rinascita, nella quale si sovrapporrà la resurrezione di Cristo.

Cristo era già nato da due secoli, quando a Roma si celebravano ancora le feste pagane, le cui origini si perdevano nella notte delle civiltà agresti, fino a che la Chiesa ha cercato di stabilire il giorno della nascita di Cristo, di cui i Vangeli non parlavano; sulle prime furono usate le date più disparate fino a che nel quarto secolo prevalse quella che coincideva simbologicamente con il Solstizio, con la vittoria del Sol Invictus. Ormai con l’editto di Costantino del 313 d.C. la religione cristiana era diventata la confessione di stato e Cristo doveva pur avere una data di nascita (!) che fu fissata sempre da Costantino nel 330,  mentre nel 337 papa Giulio I ufficializzò la data del Natale da parte della Chiesa Cattolica, come riferito da San Giovanni Crisostomo, nel 390.
Sempre Costantino volle eliminare il culto del sole dal primo giorno della settimana, nominato Dies Solis (giorno del sole, da cui l’inglese sunday), modificandolo in Dies Dominicus (giorno del Signore) da cui Domenica, assegnato al riposo. Ma ancora dopo cento anni, nel 460, papa san Leone Magno così scriveva sconsolato nel sermone tenuto a Natale: “E’ così tanto stimata questa religione del Sole che alcuni cristiani prima di entrare nella basilica di San Pietro, dopo aver salito la scalinata, si volgono verso il Sole e piegando la testa si inchinano in onore dell’astro fulgente. Siamo angosciati e ci addoloriamo molto per questo fatto che viene ripetuto per mentalità pagana. I cristiani devono astenersi da ogni apparenza di ossequio a questo culto degli dei”.

Perfino nelle grotte Vaticane, sotto la basilica di San Pietro, si può vedere un  Mosaico del III secolo in cui Cristo è raffigurato come il dio sole Helios-Sol Invicuts, con in testa una corona radiata, alla guida del carro solare.
Tuttavia con il passar dei secoli il Natale di Gesù è stata una festa largamente amata per il messaggio di pace e uguaglianza che ha portato all’umanità, per poi essere ripudiata in alcuni periodi storici, in quanto veniva considerata troppo intimamente legata agli antichi culti pagani, infine ha ripreso vigore grazie a coloro che hanno predicato il messaggio evangelizzatore, legandosi a quel primo presepe vivente voluto da San Francesco, il predicatore della povertà, che riportava Cristo, simbolo di vita in quella “grotta” da cui ha avuto origine l’evoluzione umana, contornato dai pastori, gli umili di cuore, i veri protagonisti delle antiche feste agresti.



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