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Sulla questione morale

Possiamo assumere come dato di fatto la presenza di una questione morale in Italia. Essa si pone perchè il declino italiano ha tra le sue cause, e non tra le ultime, una corruzione diffusa che è una corruzione in atto, in pratica, e dunque una corruzione morale.
Che poi, il porsi una questione morale in senso lato sarebbe quasi un “dovere” costante per una democrazia…

I termini della “questione morale” in Italia sono stati posti, ed in maniera efficace, da Enrico Berlinguer.
Nella giustamente famosa intervista a Scalfari il segretario del PCI legava questione morale e degenerazione dei partiti così:

“I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. […] E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti. […]
La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semmplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono profare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. […] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.”

La questione morale è quindi ad un primo livello “questione legale” e ad un secondo “questione politica”. Berlinguer affronta la situazione in una prospettiva di lotta, alla delinquenza e alla partitocrazia.
Ma poco dopo, sollecitato da Scalfari aggiunge un altro elemento:

Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell’ “austerità”. Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito…
Noi sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi industializzati -di fronte all’aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all’avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la “civiltà dei consumi”, con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell’austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell’economia, ma che l’insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l’avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell’austerità e della contemporanea lotta all’inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati.

E dunque anche “questione economica” e “questione morale” sono collegate. Il segretario del PCI propone un modello alternativo, quello dell’austerità.
I tre pilastri su cui si regge il problema così come lo imposta Berlinguer sono: legalità, politica (lotta contro la partitocrazia), economia (sostituzione del modello consumista).
Io credo che si possa tener fermi i tre punti del dibattito (e della lotta) a come li ha impostati Berlinguer.
Perchè la lotta di Berlinguer ha fallito?
Una parte della risposta la dà egli stesso:

Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel ’74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell’81 per l’aborto, gli italiani hanno fornito l’immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.

Un circolo vizioso

In Italia oggi la questione morale diventa un circolo vizioso. In questo circolo, mi sembra, resta impigliato il dibattito politico italiano che cade continuamente in richiami alla moralità, in invocazioni ad un maggiore rispetto delle regole se non nel “così fan tutti” craxiano.

http://www.youtube.com/watch?v=PuMdm8WvAcU

Richiami ed invocazioni della morale come se essa potesse cadere dal cielo ad illuminare le teste e i corpi di tutti noi.
Ma quale morale?
Affrontare la questione morale secondo i nostri grigi uomini di partito è qualcosa di molto simile ad un ammonimento, al consiglio di riiniziare a leggere il vangelo.

La morale italiana

Il “mercimonio che si fa dello stato” è palese e davanti agli occhi di tutti. A me sembra giusto quello che dice Berlinguer: “gran parte [degli italiani] è sotto ricatto”. Il problema nel suo strato profondo non è la mancanza d’informazione sulle irresponsabili azioni dei partiti (problema anch’esso cruciale, per carità) e delle lobby ma sulla partecipazione dell’Italia intera a queste azioni irresponsabili.
L’Italia ha una morale forte e ben radicata che “guida” le scelte di molti. Difficile descriverla in breve ma possiamo con una certa approssimazione dire che il fine ultimo del cittadino italiano medio è il suo bene, della sua famiglia e della sua “cricca”. Il sistema politico, una specie di oligarchia in cui famiglie, gruppi di pressione, cosche e bande si spartiscono i poteri , ne è lo specchio.

Che fare?

berlinguer
Sul piano politico concreto le prese di posizione sono, per me, abbastanza semplici. I fatti sono chiari e le lotte che mi appartengono anche.
Capire se esiste, se è almeno possibile, un’altra etica, solida e forte come quella presente, mostrarla e praticarla, è un altro paio di maniche. Su questo l’Italia tace. Tuttavia senza questo un paese, almeno formalmente democratico, non può avere la forza di vincere una corruzione dilagante.
Nel ricordare questa battaglia di Berlinguer dobbiamo anche ricordarci che lui non ha vinto la sua lotta, come non l’ha vinta “mani pulite”.

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