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Il rumore per gli scrittori latini

Sbagliamo, se pensiamo che la moderna tecnologia abbia rovinato la nostra vita cittadina accompagnata  dal rumore degli elettrodomestici, dalla sirena delle autoambulanze, dal claxon suonato da automobilisti frenetici, dal rombare infernale delle moto, o dal fragore degli aerei che sorvolano la città, in realtà la vita a Roma è stata sempre talmente rumorosa da rendere l’esistenza impossibile a quelle persone, come gli scrittori, che per il loro lavoro avevano bisogno di una certa quiete.

Nel I sec. d.C. il poeta Marziale scriveva che già prima dell’alba gli schiavi iniziavano a far rumore pestando nel mortaio la farina per fare il pane, il gallo cantava dalla mattina fino all’ora sesta e forte si udiva il frastuono degli alunni della scuola elementare, che ripetevano in coro le massime enunciate dal maestro, che urlavano quando venivano battuti e schiamazzavano durante le pause. Poi senza un attimo di sosta gli arrivava il suono delle martellate degli artigiani, il fracasso dei venditori ambulanti, dei cambiavalute, dei mendicanti, dei viaggiatori.

Anche il poeta Giovenale si lamenta della vita a Roma, perché anche di notte il rumore era talmente forte da essere continuamente svegliato dai berci degli animali da tiro e dal rumore delle ruote dei carri che viaggiavano solo di notte per approvvigionare la città di viveri o per trasportare il materiale da costruzione; infatti girare per le strette vie cittadine era divenuto talmente pericoloso che Giulio Cesare aveva disposto il blocco diurno alla viabilità dei carri, rendendo così più sicura la vita diurna, ma più rumorosa la notte.

Erano tutti concordi che se si voleva dormir bene bisognava essere ricchi, quel tanto che bastava per possedere una casa circondata dal parco, tanto che i suoni arrivassero attutiti.
E Marziale, che abitava in un condominio sognava di possedere una rus in urbe, cioè una specie di villa di campagna in città!

Seneca poi così si lamenta: “… abito proprio sopra uno stabilimento balneare. Immagina ora ogni genere di baccano odioso agli orecchi: quando i più forti si allenano e fanno sollevamento pesi, quando faticano o fingono di faticare, odo gemiti, e, tutte le volte che trattengono il fiato ed espirano sibili ed ansiti; quando capita qualcuno pigro che si contenta di un normale massaggio, sento lo scroscio delle mani che percuotono le spalle e che danno un suono diverso se battono piatte o ricurve. Se poi arrivano quelli che giocano a palla e cominciano a contare i colpi, è fatta. Mettici ancora l’attaccabrighe, il ladro colto in flagrante, quello cui piace sentire la propria voce mentre fa il bagno, e poi le persone che si tuffano in piscina e smuovendo l’acqua fanno un fracasso indiavolato. Oltre a tutti questi che, se non altro hanno voci normali, pensa al depilatore che spesso sfodera una vocetta sottile e stridula per farsi notare e tace solo quando depila le ascelle e costringe un altro a gridare al suo posto. Poi ci sono i vari richiami del venditore di bibite, il salsicciaio, il pasticcere e tutti gli esercenti delle taverne che vendono la loro merce con una particolare modulazione della voce.

Tuttavia Seneca si rende conto che più del silenzio del mondo per l’uomo è importante la pace interiore:  “A che serve il silenzio dell’intero quartiere, se le passioni si agitano in noi?” E fa l’esempio di quell’uomo che impone il silenzio notturno nella sua dimora, tanto che la schiera dei servi che si avvicina alla sua stanza deve camminare in punta di piedi, perché nessun rumore disturbi le sue orecchie “ma lui si gira di qua e di là e cerca di prendere un po’ di sonno tra le sue preoccupazioni; si lamenta di aver udito qualcosa, in realtà non ha sentito niente. Secondo te qual è il motivo? E’ l’anima che strepita dentro di lui.”

seneca



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